Kadosh
di Amos Gitai, Francia, Israele e Italia 1999
Che Dio ce ne scampi
Nel quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme, abitato prevalentemente da ebrei ortodossi, vivono Meir e Rivka. Sono sposati da dieci anni ma non hanno figli. Trovato il necessario coraggio, la donna consulta una ginecologa che la rassicura dicendole che lei è del tutto sana, per cui è il marito che dovrebbe sottoporsi ad analisi. Le sacre Scritture, però, vietano l'uso improprio di sperma, e il rabbino nonché padre di Meir decide di rompere gli indugi e impone al figlio di ripudiare la donna e prendere una seconda moglie. Rivka allora va via di casa e prende una camera in affitto, dove trascorre le giornate triste e muta. Nel frattempo la madre di Rivka chiede al rabbino indulgenza perché proprio non se la sente di accettare l'incarico di preparare un'altra donna, attraverso il rituale purificatorio delle immersioni, per Meir, marito della figlia Rivka che è appena stata ripudiata.
A consolare Rivka arriva sua sorella Malka che, avendo dovuto controvoglia sposare il violento Yossef, frequenta di nascosto il coetaneo Yoakov, di cui è innamorata. Tornata a casa, Malka viene picchiata dal marito e scappa da Rivka, dove decide di cambiare aria. Rivka durante la notte torna dal marito e la mattina dopo l'uomo la vede sdraiata accanto a lui priva di vita. Malka invece all'alba lascia il quartiere e la città.
“Signore ti ringrazio di non avermi fatto nascere donna.” Lo dice tutti i giorni Meir, come ogni buon ebreo praticante, durante il complicato, metodico rito della vestizione. Meir si avvolge la fronte e i polsi con le sottili cinghie dei tefilim (filatterio), piccole pergamene contenenti testi dell’Esodo e del Deuteronomio, in ottemperanza al precetto divino: “Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6,8-9). Meir indossa poi i severi panni neri per andare a leggere la Torah e a pregare. Lo farà tutto il giorno, perchè quelle sono le sole occupazioni a cui un ebreo ortodosso può dedicarsi: canti, preghiere, letture dei testi sacri.
Si sa, Londra è un melting pot, e come molti altri anche il nostro quartiere è abbastanza misto. A circa quattrocento metri da casa nostra ci sono, una di fianco all'altra, una moschea e una sinagoga. La cosa mi rende molto orgogliosa. Oggi sono andata a dare un'occhiata a un asilo della zona e ho scoperto che dei sessanta e passa bimbi che lo frequentano il 75% ha almeno un genitore che non è cittadino britannico e per il 20% l'inglese non è la prima lingua. Ma non divaghiamo. Il reticolo di strade parallele e perpendicolari alla nostra è pieno zeppo di famiglie ebree. Ebrei ortodossi, intendo.
Gli uomini portano lo zucchetto o il cappello a ciambella, come lo chiamo io. Si tratta di un colbacco ricoperto di pelliccia. Si tratta di un cappello di pelo di qualche animale (mi rifiuto di pensare che siano peli umani). Ora, o questi cappelli costano un occhio della testa oppure i tizi gli sono molto affezionati, perché appena cade anche solo una gocciolina di pioggia tutti i signori se lo coprono minuziosamente con una borsa di plastica del supermercato. Sono buffi, molto buffi. Volevo fotografarli e caricare la foto online, ma mi pare di mancargli di rispetto, quindi evito, e poi non vorrei che si alterassero. Che ne so. Continuo a divagare.
I signori ebrei si incontrano in sinagoga, tutti i giorni. Non so quanti di loro abbiano un lavoro. Un lavoro d’ufficio, di quelli dove esci di casa la mattina e torni la sera. Molti signori ebrei sono in giro tutto il giorno, tra casa, sinagoga, supermercato e quant'altro. Al fine settimana, vestiti di festa, indossano delle calze di filanca bianche o nere con pantaloni alla zuava molto corti. Molti sono di caviglia sottile. Sotto i lunghi cappotti lucidi e neri portano una palandrana di cotone. Mi sono documentata. Si chiama tallit (mantello per la preghiera) e ha delle frange ai quattro lati che pendono arrivando quasi fino ai piedi.
Una cosa è certa. Gli ebrei fanno una barca di figli. Leggevo in rete che "Per adempiere fino in fondo al precetto biblico ‘siate fecondi e moltiplicatevi’, una coppia ebrea deve mettere al mondo almeno un bambino ed una bambina”. E anche che a quanto pare il seme maschile è sacro e non va sprecato. Ora capisco. Le due case di fronte alla nostra sono abitate da due famiglie ebree. La signora di destra avrà la mia età e ha sfornato quattro figli. Due maschi e due femmine. Quella di sinistra ci metto la mano sul fuoco che è più piccola di me. Per capirci, parliamo di una signora che molto probabilmente trent’anni non li ha ancora compiuti. Beh, la signora è costantemente incinta. Il pancione degli ultimi mesi è sparito da un paio di settimane, e un giorno all'improvviso da quella casa sono usciti la solita sfilza di bambini e un ovetto coperto da uno scialle rosa. Ha appena avuto il suo quinto figlio. La quarta femmina. Un maschio ce l’aveva già, non è che dovesse farne per forza un altro, di figlio. Fossi in loro mi dispererei, ma le signore sembrano felici. Buon per loro. Per carità, le due signore potrebbero stare peggio: hanno la donna delle pulizie che le aiuta tutti i giorni. Però. Però. Cinque figli. Non è umanamente possibile. Quando escono a fare la spesa o portano i bimbi a scuola questa caterva di piccoli ometti e signorine seguono la mamma, uno dopo l'altro separati l’uno dall’altra da qualche centimetro di altezza e due, massimo tre anni.
Le signore ebree, quelle sposate almeno, devono radersi la testa e indossano un cappello, un foulard o più spesso una parrucca per coprire i capelli cortissimi. I capelli di una donna sposata sono considerati molto erotici e lei può mostrarli solo al proprio marito. Le signore ebree quando hanno il ciclo sono impure, e non possono dormire nello stesso letto del marito. Le signore ebree quando si sposano devono fare la mikve, l’immersione per purificarsi. Perché sono impure. Fossi Meir pure io ringrazierei il Signore di non avermi fatto donna. Mi è andata male.