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   Cinema: istruzioni per l'uso.
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giovedì, novembre 22, 2007
 
0362 schools near ranakpur 12

Kadosh


di Amos Gitai, Francia, Israele e Italia 1999


 


Che Dio ce ne scampi


 


Nel quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme, abitato prevalentemente da ebrei ortodossi, vivono Meir e Rivka. Sono sposati da dieci anni ma non hanno figli. Trovato il necessario coraggio, la donna consulta una ginecologa che la rassicura dicendole che lei è del tutto sana, per cui è il marito che dovrebbe sottoporsi ad analisi. Le sacre Scritture, però, vietano l'uso improprio di sperma, e il rabbino nonché padre di Meir decide di rompere gli indugi e impone al figlio di ripudiare la donna e prendere una seconda moglie. Rivka allora va via di casa e prende una camera in affitto, dove trascorre le giornate triste e muta. Nel frattempo la madre di Rivka chiede al rabbino indulgenza perché proprio non se la sente di accettare l'incarico di preparare un'altra donna, attraverso il rituale purificatorio delle immersioni, per Meir, marito della figlia Rivka che è appena stata ripudiata.


 


A consolare Rivka arriva sua sorella Malka che, avendo dovuto controvoglia sposare il violento Yossef, frequenta di nascosto il coetaneo Yoakov, di cui è innamorata. Tornata a casa, Malka viene picchiata dal marito e scappa da Rivka, dove decide di cambiare aria. Rivka durante la notte torna dal marito e la mattina dopo l'uomo la vede sdraiata accanto a lui priva di vita. Malka invece all'alba lascia il quartiere e la città.


 


“Signore ti ringrazio di non avermi fatto nascere donna.” Lo dice tutti i giorni Meir, come ogni buon ebreo praticante, durante il complicato, metodico rito della vestizione. Meir si avvolge la fronte e i polsi con le sottili cinghie dei tefilim (filatterio), piccole pergamene contenenti testi dell’Esodo e del Deuteronomio, in ottemperanza al precetto divino: “Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6,8-9). Meir indossa poi i severi panni neri per andare a leggere la Torah e a pregare. Lo farà tutto il giorno, perchè quelle sono le sole occupazioni a cui un ebreo ortodosso può dedicarsi: canti, preghiere, letture dei testi sacri.


 


Si sa, Londra è un melting pot, e come molti altri anche il nostro quartiere è abbastanza misto. A circa quattrocento metri da casa nostra ci sono, una di fianco all'altra, una moschea e una sinagoga. La cosa mi rende molto orgogliosa. Oggi sono andata a dare un'occhiata a un asilo della zona e ho scoperto che dei sessanta e passa bimbi che lo frequentano il 75% ha almeno un genitore che non è cittadino britannico e per il 20% l'inglese non è la prima lingua. Ma non divaghiamo. Il reticolo di strade parallele e perpendicolari alla nostra è pieno zeppo di famiglie ebree. Ebrei ortodossi, intendo.


 


Gli uomini portano lo zucchetto o il cappello a ciambella, come lo chiamo io. Si tratta di un colbacco ricoperto di pelliccia. Si tratta di un cappello di pelo di qualche animale (mi rifiuto di pensare che siano peli umani). Ora, o questi cappelli costano un occhio della testa oppure i tizi gli sono molto affezionati, perché appena cade anche solo una gocciolina di pioggia tutti i signori se lo coprono minuziosamente con una borsa di plastica del supermercato. Sono buffi, molto buffi. Volevo fotografarli e caricare la foto online, ma mi pare di mancargli di rispetto, quindi evito, e poi non vorrei che si alterassero. Che ne so. Continuo a divagare.


 


I signori ebrei si incontrano in sinagoga, tutti i giorni. Non so quanti di loro abbiano un lavoro. Un lavoro d’ufficio, di quelli dove esci di casa la mattina e torni la sera. Molti signori ebrei sono in giro tutto il giorno, tra casa, sinagoga, supermercato e quant'altro. Al fine settimana, vestiti di festa, indossano delle calze di filanca bianche o nere con pantaloni alla zuava molto corti. Molti sono di caviglia sottile. Sotto i lunghi cappotti lucidi e neri portano una palandrana di cotone. Mi sono documentata. Si chiama tallit (mantello per la preghiera) e ha delle frange ai quattro lati che pendono arrivando quasi fino ai piedi.


 


Una cosa è certa. Gli ebrei fanno una barca di figli. Leggevo in rete che "Per adempiere fino in fondo al precetto biblico ‘siate fecondi e moltiplicatevi’, una coppia ebrea deve mettere al mondo almeno un bambino ed una bambina”. E anche che a quanto pare il seme maschile è sacro e non va sprecato. Ora capisco. Le due case di fronte alla nostra sono abitate da due famiglie ebree. La signora di destra avrà la mia età e ha sfornato quattro figli. Due maschi e due femmine. Quella di sinistra ci metto la mano sul fuoco che è più piccola di me. Per capirci, parliamo di una signora che molto probabilmente trent’anni non li ha ancora compiuti. Beh, la signora è costantemente incinta. Il pancione degli ultimi mesi è sparito da un paio di settimane, e un giorno all'improvviso da quella casa sono usciti la solita sfilza di bambini e un ovetto coperto da uno scialle rosa. Ha appena avuto il suo quinto figlio. La quarta femmina. Un maschio ce l’aveva già, non è che dovesse farne per forza un altro, di figlio. Fossi in loro mi dispererei, ma le signore sembrano felici. Buon per loro. Per carità, le due signore potrebbero stare peggio: hanno la donna delle pulizie che le aiuta tutti i giorni. Però. Però. Cinque figli. Non è umanamente possibile. Quando escono a fare la spesa o portano i bimbi a scuola questa caterva di piccoli ometti e signorine seguono la mamma, uno dopo l'altro separati l’uno dall’altra da qualche centimetro di altezza e due, massimo tre anni.


 


Le signore ebree, quelle sposate almeno, devono radersi la testa e indossano un cappello, un foulard o più spesso una parrucca per coprire i capelli cortissimi. I capelli di una donna sposata sono considerati molto erotici e lei può mostrarli solo al proprio marito. Le signore ebree quando hanno il ciclo sono impure, e non possono dormire nello stesso letto del marito. Le signore ebree quando si sposano devono fare la mikve, l’immersione per purificarsi. Perché sono impure. Fossi Meir pure io ringrazierei il Signore di non avermi fatto donna. Mi è andata male.


 


questo l'ha scritto wilson | 20:55 | commenti


mercoledì, novembre 21, 2007
 
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La finestra sul cortile (Rear Window)

di Alfred Hitchcock, USA 1954

 

In memoriam

 

Jeff è un fotoreporter d’azione costretto ancora per due settimane su di una sedia a rotelle da una gamba rotta rimediata con un incidente sul lavoro a causa di uno scatto fotografico un po' troppo ardito. Jeff riempie le giornate di questa noiosa degenza spiando gli appartamenti dei suoi vicini di casa con il teleobiettivo. Ad alleviare le sue pene ci sono la loquace infermiera Stella e la bellissima Lisa Freemont, la sua fidanzata, che vorrebbe sposarlo. Lui però resiste, convinto che le differenze tra lui e Lisa siano incolmabili e che la scelta giusta sia continuare la loro relazione così com’è.

 

Il suo passatempo sporadico diventa una vera e propria fissazione che quasi gli toglie il sonno quando Jeff nota che nell'appartamento dei coniugi Thorwald è accaduto qualcosa di sinistro e si insospettisce a causa delle stranezze nel comportamento di Lars Thorwald, un uomo silenzioso che sembra litigare sempre più spesso con la moglie malata. Da un giorno all’altro la moglie di Thorwald scompare e l’uomo sembra voler nascondere qualcosa.

 

Con l'aiuto della fidanzata riuscirà a far luce su un delitto e a rompersi l'altra gamba. Il film è tratto dall'omonimo racconto di Cornell Woolrich.

 

Nell’edificio di fianco a quello dove vivevo l’anno scorso, all’ultimo piano, c’è una piccola finestra ricavata in quella che pare una piccola nicchia del salotto di quello che so essere un piccolo appartamento, poco più di un monolocale. Non mi sembra una finestra alla quale poter stare affacciati, ma non ne sono certa, perché io in quell’appartamento non ci ho mai messo piede. Da quel che riesco a capire, tre delle quattro pareti che racchiudono questo appartamento sono esterne. Mmmmm… freddo e umido, mi dico. Lungo la parete più lunga, sul lato esterno, dipinto a grandi caratteri neri e cubitali si legge:

 

NO 1

STAMFORD HILL

 

Qualcuno un giorno deve aver deciso di mettere l’indirizzo del palazzo così, in bella vista, forse per colpa di un postino il cui intuito lasciava a desiderare. L’appartamento è in affitto e ci vive un mio ex, omonimo del vichingo. Per chi si ricordasse di lui, si tratta di panzone, citato credo più volte nei post di qualche anno fa. Durante le lunghe passeggiate di quartiere, passo davanti a quella finestra tutti i santi giorni.

 

Le luci sono spente durante il giorno: panzone è al lavoro e la casa è vuota. Nel tardo pomeriggio le trovo sempre accese. Dietro ai vetri della finestra scorgo quella che sembra una griglia di ferro, e mi rammarico perché mi piacerebbe, almeno una volta, alzare la testa e vedere panzone affacciato alla finestra a curiosare e ad ammirare il viavai dei passanti e il giro d’affari del fruttivendolo sull’altro lato della strada. Invece il giovane uomo non si affaccia. Annoiata dalla routine giornaliera, mi vedo su una sopraelevata, una trentina di metri più in alto di quella piccola finestra, con un telescopio in mano, sbirciando nella sua intimità, facendomi i cavoli suoi. Quanto mi piace farmi i cavoli degli altri.

 

Certi giorni lo vedo svaccato sul divano, immerso in un intricato film francese, che sorseggia un raffinato tè al gelsomino (improbabile – quando ci frequentavamo non era un grande amante del cinema). Ieri me lo sono immaginato sereno e felice che zampettava per la casa tutto nudo, ballando al ritmo degli Africa Unite, che molto probabilmente non sa neanche chi siano. Poi si fermava davanti allo specchio dell’ingresso per spremersi un paio di punti neri, che peraltro non ricordo avesse.

 

A volte mi viene voglia di incontrarlo; allora guardo la porta d'ingresso del palazzo e rallento un po', sperando che per un'incredibile coincidenza proprio in quel momento lui stia per uscire di casa per comprare un litro di latte (ci incontravamo spessissimo quando eravamo vicini di casa). Gli farei vedere questo bel pupo e sfoggerei la chioma fluente che non avevo quattro anni fa. Gli chiederei come sta, se è felice e cosa ne pensa di questo quartiere carino nel quale si è trasferito.

 

Quando sono particolarmente di buon umore lo scorgo piangere a dirotto, con il viso gonfio per le troppe lacrime. Sta pensando a cosa sarebbe stato di noi se non mi avesse mollata; se invece di aver paura ci si fosse buttato, nella nostra storia. I nostri amici in comune devono tenerlo aggiornato sugli ultimi risvolti della mia vita. E lui si dispera, poverino. Ad averlo saputo, che era una così cara ragazza, ci avrei pensato due volte prima di dirle che non se ne faceva nulla. Perché per essere una gnocca, lo era. Perché me la sono lasciata scappare?

 

 
questo l'ha scritto wilson | 13:25 | commenti


mercoledì, novembre 07, 2007
 

notting hillFigli di un Dio minore (Children of a Lesser God)


di Randa Haines, USA 1986


 


Silenzio, per favore


 


Il film racconta la storia d'amore tra James Leeds, insegnante di lingua in una scuola per studenti sordi, e Sarah, una ragazza sorda tenace, ribelle e anticonformista, sua allieva. Sulle prime, i metodi d’insegnamento del giovane James non piacciono molto al direttore, ma l’insegnante ha grande presa sugli alunni e i primi risultati si vedono presto. Sarah ha deciso di restare a lavorare nella scuola piuttosto che avventurarsi nel mondo esterno e lavora quindi come tuttofare all’interno dell’istituto.


 


Per Leeds, all'inizio, Sarah rappresenta una sfida educativa, ma presto il loro rapporto si trasforma in un intenso amore capace di abbattere la barriera del silenzio che li separa. La madre di Sarah vive lontana e non ama molto la figlia, poiché la sfortuna di quest'ultima ha determinato, quando era bambina, l'abbandono del marito. Il rapporto tra Sarah e James si fa intenso e lei va a vivere nella casa di lui; ma Sarah ha un carattere non facile e una personalità molto forte. Non vuole pietà e compassione, ma piuttosto vuole essere capita per quello che può valere. Però nell'intimo ha sempre paura di non essere all’altezza della situazione.


 


Il rapporto tra i due sarà ostacolato dalla resistenze della ragazza, che rifiuta di esprimersi a voce e di imparare a leggere dalle labbra. A un certo punto del film Sarah si rifugia da sua madre che l'accoglie e conforta, ma il richiamo di Leeds che ha bisogno di lei è troppo forte. Leeds alla fine del film comprende che, anche con l'amore più grande, gli occorrono umiltà e pazienza e che dovrà rispettare quella persona straordinaria, alla quale in fondo basta il silenzio per amare e per proteggere una fierezza innata.


 


Il fulcro del film è il problema del “sentire”, che non è più soltanto, un problema di udito, ma è qualcosa di molto più complesso, che attraversa corpo e anima nella sua interezza. Tutto il film è fatto di rumori, suoni, silenzi, di oggetti e spazi che sembrano dover esplodere acusticamente in ogni momento, con i due attori che entrarono in perfetta simbiosi.


 


Ultimamente il rumore mi infastidisce. Sarà perché durante gli ultimi 12 mesi la nostra strada ha visto un viavai interminabile di operai – quelli delle tubature dell’acqua, poi quelli dei pali della luce, infine quelli che potano gli alberi per prepararli per l'inverno. Sarà perché io ero una che non riusciva a studiare con la musica. Sarà che per godermi un bel libro spesso mi metto a letto, anche di giorno, chiudendo la porta della camera. Sarà che sto diventando rompipalle e insofferente. Saranno gli ormoni.


 


Fatto sta che il casino non lo sopporto più. Mi danno fastidio i clacson dei tassisti che almeno una volta al giorno passano a prendere la mamma ebrea di turno (non so perché ma la maggior parte di loro non guida, e può permettersi di pagare un taxi). Mi danno fastidio le urla, anche quelle dei ragazzini che giocano. Mi tormenta persino la pioggia forte che sbatte sui vetri delle finestre. Devo dire che mi irritano anche i rumori scanzonati, quelli simpatici, quelli che immagino piacciano alla maggior parte di noi. I paperotti che sguazzano nel laghetto di Clissold Park, carini ma tanto rompi. L'acqua della fontana, very picturesque, ma due palle. Un paio di cani simpatici e inoffensivi che scherzano l'uno con l'altro (i cani di taglia piccola tendono a vivere più a lungo, che li possano.


 


Mi rompono. State tutti zitti. Fate silenzio, per piacere. Muti, che non voglio sentir volare una mosca. Quando ero all’università ho fatto un corso di Lingua Italiana dei Segni per due anni. Mi affascinava. Cercavo di mettermi nei panni di uno che non ci sente. Cosa si prova? Mi pareva impossibile cercare di immaginare a cosa assomigliasse il rumore prodotto da un aereo, o da un treno, o da un bimbo che piange. Il rumore somiglia al rumore, punto. Se uno il rumore non l’ha mai sentito come fa a immaginarlo? Sarah nel film sosteneva di riuscire a regolarsi a seconda delle vibrazioni che le arrivavano dal naso. Fattibile?


 


Sogno un mondo senza rumore, per far volare questo inverno che è purtroppo appena cominciato, senza accorgermene. Sogno di svegliarmi tra due, cinque, dieci anni, con il cinguettare dei passerotti. In un mondo senza clacson, libero da gente che sbraita senza motivo, dalle sgallettate ballerine che si scatenano al suono di maracas o quant’altro alla televisione italiana. Un mondo dove ci sia spazio per me, tanti libri, un bimbo che piange in playback, un po’ di Bach di tanto in tanto e un forno a legna per fare la pizza. Solo questo. Il club di mamme mi attende, devo darmi una mossa (ma questa è un’altra storia).



questo l'ha scritto wilson | 14:15 | commenti