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   Cinema: istruzioni per l'uso.
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lunedì, gennaio 10, 2005
 
La grande abbuffata (La grande bouffe)
di Marco Ferreri, Francia/Italia 1973

Il tempo delle mele


Ugo cuoco, Michel produttore televisivo, Marcello pilota, Philippe magistrato, sono amici e membri di un ristretto club di buongustai. Per un week-end gastronomico raggiungono la fatiscente villa di Philippe, dove un tempo soggiornò il poeta Boileau. Mentre iniziano i lauti pasti, Marcello fa arrivare tre prostitute che però lasciano il campo non appena intuiscono l'indifferenza ed estrema banalità degli ospiti. Solo Andrea, una maestra che ha accompagnato un gruppo di alunni ad ammirare il "tiglio di Boileau", accetta l'invito di tornare alla villa per tutta la durata della tragedia.

Abbuffarsi senza ritegno risulta fatale per i quattro. Marcello muore congelato, di notte, mentre cerca di fuggire su una vecchia Bugatti dopo che non è riuscito a fare l'amore con Andrea. Michel tira le cuoia nel corso degli sforzi per liberarsi di gas intestinali, mentre suona il piano. Ugo rimane stecchito a causa di una maefica indigestione, perché nessuno voleva mangiare il suo pasticcio di patè, mentre Andrea lo masturba. Decidono di lasciarlo in cucina (il suo regno) per tutta la notte successiva. Philippe, diabetico, muore nel giardino, mangiando una torta a forma di seno femminile.

Mentre i cani sbraitano, i commessi della "macelleria" portano altre vivande che scaricano, con i camion, in giardino. I cani finiranno col mangiarsi tutto. Questo film, grottesco che di più non si può, è un'allegoria contro la società del benessere destinata ad affogare i propri stravizi. Ferreri mette in scena una lotta tra il cibo e l'uomo: sarà l'uomo a mangiare il cibo o il cibo a fagocitare l'uomo? Nel film non c'è pensiero, ma solo mangiare, vomitare, defecare, ricominciare a mangiare. Abbuffarsi fino alla morte stordisce i sensi e annienta il pensiero.

Sarà la donna (Andrea), simbolo di vita e speranza, l'unica a sopravvivere: al contrario delle prostitute che scappano impaurite, non ha paura del suo desiderio. Sa desiderare, sa chiedere, e in un certo senso rappresenta il futuro (è l'unica ad avere ancora fame). L'uomo invece è impotente, fallito, si abbandona, si annienta e finsce col morire. I corpi degli amici morti vengono conservati, visibili, nella cella frigorifera, e i superstiti mangiano davanti a loro.
In questi giorni mi psicoanalizzo un po' meno del solito. Che sospiro di sollievo. Un po' come tutti, immagino. Siamo così presi a riadattarci al tran tran del lavoro che l'autoanalisi potrebbe mandarci in crisi.

Pago ancora lo scotto delle troppe magnate natalizie: mi guardo allo specchio e vedo perversione, cattiveria pura. Schifosa e appiccicosa come i residui di un malefico punto nero. Sarà per questo che ho iniziato a spurgare? Dov'è finita la leggendaria pelle di pesca, quella di cui andavo tanto orgogliosa, "perché è di famiglia"? Da qualche mese a questa parte, il derma del viso ha detto basta. Mi si copre delle schifezze più inenarrabili. Puntini, escrescenze, che fanno a gara a chi fa più schifo in una moltitudine di colori. L'albero di Natale o il presepe, a scelta. Tutto sul mio viso. La sottoscritta si vergogna. Perché (non voglio suonare come una snob, ma...) ad andare in giro con un brufolo sulla punta del naso non ci sono abituata. Mi sa che è colpa della giustizia divina. Anzi, no, ho cambiato idea: è la legge del contrappasso. Quando rovini qualcosa lo rovini e basta. Non sempre puoi tornare indietro e rimettere tutto a posto. Soprattutto se, come me, non ne hai una gran voglia. Troppo mangiare, sul serio. Mi pare di provare una sorta di sentimento di possesso con il cibo, che ha qualcosa di malsano e mi dà la nausea.

Qui la vita è dura. Panettoni e pandori che te li tirano in faccia, perché non è più stagione e nessuno se li fila. La cioccolata Cadbury in offerta al tre per due. Perfino le merendine avanzate dalla festa di Natale dell'ufficio. Colleghi di ritorno dalle vacanze natalizie nei loro esotici paesi. Come me, portano indietro dolci, robe salate e altro. E come posso non fare onore a tanta grazia?

Mi faccio un po' schifo per questo, ma solo un po'. Leggo libri sulle calorie. Sto imparando i valori dei carboidrati complessi a memoria. Di intraprendere un'impresa più temeraria e tangibile non se ne parla neanche. La dieta comincia sempre domani. Ho bisogno di un progetto a lungo termine. Datemi un dietologo, un nutrizionista, qualcosa. È arrivato il tempo delle mele. Basta zuccheri, basta lipidi (che fa più figo di "grassi"). Ho fatto una scorta di tè deteinati e tisane che ti puliscono le interiora. È passata da poco l'ora di pranzo e ne ho bevute già due; ora mi trovo a valutare la possibilità di farmene una terza. Quel che non ammazza ingrassa.


questo l'ha scritto wilson | 13:39 | commenti