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mercoledì, ottobre 27, 2004
Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind)
di Michel Gondry, USA 2004
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Joel e Clementine stanno insieme e si amano alla follia ma sono completamente diversi. Dopo l'ennesimo litigio, Clementine si sottopone a una cura psichiatrica per estirpare dalla memoria ogni traccia del tempo trascorso insieme a Joel e della loro storia d'amore.
Joel scopre l'arcano e, frustrato dall'idea di essere ancora innamorato di lei che invece non vuole più saperne della storia e vuole eliminarlo dai suoi ricordi, decide di fare lo stesso. Joel si rivolge allo studio di Lacuna Inc. dove il dottor Howard Mierzwaik, inventore del trattamento, cura i suoi pazienti. Una volta iniziato il processo di cancellazione, Joel cambia idea e comincia a nascondere i ricordi legati a Clementine mescolandoli con altri ricordi del suo passato. Inizia così una corsa contro il tempo per salvare l'amata nei recessi della sua mente.
Guardando il film ti perdi in una serie di pensieri fenomenali. Puoi nascondere i tuoi neuroni in una nicchia e rendere la tua vita più leggera e meno complicata. Sulla scia di Joel e Clementine, puoi creare un alter ego e trasformarlo in tutto ciò che per un motivo o l'altro non hai il coraggio di essere. Eternal Sunshine of the Spotless Mind ti rimette a posto meglio di un digestivo, facendoti vivere altre vite, conoscere nuovi mondi, immaginare relazioni tra esseri viventi oltre i limiti dell'impossibile. Ti trasporta nei recessi della tua memoria.
Ti imbarchi in un'avventura durante la quale scappi da una vita banale, noiosa e normale per viverne altre diverse, ampliando conoscenze e percezioni. Una commedia sentimentale che si sofferma sulle cavolate che, almeno una volta nella vita, a chiunque capita di fare: dire quella parola di troppo o fare un gesto del quale poi ti penti. Per evitare di gestire le conseguenze, quale via d'uscita migliore che cancellare, pulire, fare tabula rasa di tutte le esperienze accumulate per ricominciare una vita normale senza rotture di scatole?
Attorno alla storia dei due protagonisti ruotano amori privi di senso ed egoisti che in un primo momento possono apparire come sinceri e profondi in confronto alla devastazione che i due protagonisti vogliono cancellare dalla memoria. Proprio la superficialità di questi rapporti e la loro enorme ipocrisia ti fa razionalizzare ciò che razionale non è: l'amore tra due persone completamente diverse tra loro.
Cosa pensi di me? Come ti senti quando ti guardo negli occhi o ti dico che mi manchi? Le mie manie ti spazientiscono? Cosa ti passa per la testa quando ti spiego la logica da applicare ai mestieri di casa? Mi vedi come un'italiana piena di fisime e pronta a rompere le scatole alla prima discussione? Me lo dici quando esagero? Hai già capito che sono una paranoica con velleità di attrice ma così pietosamente scadente che non riesco mai a mascherare quello che sento? E poi, sei sicuro che non ti sveglio quando mi rigiro continuamente nel letto?
Ho paura che prima o poi arriverà un momento in cui non sarò capace di capirti. E se poi mi spazientisco, o tu ti incavoli? Sei tu che non vuoi farti afferrare o sono soltanto io che c'ho la smania di volerti capire? Forse esagero? Ma soprattutto: ti faccio troppe domande?
Certe volte mi mandi estrogeni e progesteroni in tilt: in un paio di occasioni mi è parso di avere un mancamento. Falso allarme immediatamente seguito da un pensiero illuminatore ("Che demente che sono..."), perché in fondo mi stavi dando una mano a scolare la pasta. La prima volta che ci siamo parlati è stato per telefono. Tu continuavi a ridere e io facevo la finta rilassata. Nessuno dei due sapeva bene cosa dire. Insistevi a parlarmi in italiano e io ti rispondevo in inglese. Sei un po' permaloso, ammettilo. Quando ho scoperto che dici "anduma" e che le zeta a inizio di parola le pronunci come se fossero esse dolci, come fanno a Bologna, mi hai fatto tenerezza. Per non parlare di maschile e femminile, che sono un'opinione. Qualche ora dopo mi hai detto che in uno dei palazzi della città "d'estate ci sono i mostri".
Cerco una ragione. Perché sono innamorata di te? Me lo chiedo spesso. Nei momenti di crisi profonda può darsi che mi chieda perché credo di essere innamorata di te. Non ho ancora trovato una risposta sensata, ma non mi do per vinta. Ultimamente mi sorprende la voglia che ho di sentirti. Senza riflettere troppo ti chiamo, solo per sentire la tua voce. Tanto tu borbotti e io capisco la metà di quello che dici. Ti chiamo fregandomene di fare la solita figura della mongola. Io che di solito delle cose che faccio me ne frego fin troppo prima di farle. Ti chiamo sull'onda di un impulso, senza pensare, senza riflettere, e mi ritrovo a non sapere cosa dire.
In realtà muoio dalla volta di chiederti di parlare. Anche a casaccio va bene. Dimmi tutto quello che ti viene in mente. Se non ti viene in mente niente, va bene anche se leggi la pagina finanziaria del quotidiano. Inglese o italiano: fa lo stesso. Quello che voglio è sentire la tua voce. Penserai che sono una deficiente, che non mollo la presa neanche morta, tu che sai stare da solo molto meglio di me. Ti chiederai un po' indispettito "ma questa che vuole".
Ho paura di ossessionarti con la mia presenza, anche se non ci vediamo da quasi un mese. Ho paura che, per quanto faccia del mio meglio per tenerlo nascosto, quello che provo scappi fuori troppo spesso. Ho paura di spaventarti con il mio troppo sentire o con il mio troppo infantile sentire. Poi mi dispiaccio perché a volte mi intristisco pensando che tu senti meno di me, pur sapendo che siamo diversi e non posso aspettarmi le stesse mie reazioni da tutto il genere umano. Purtroppo con te non riesco a fare la permalosa, magari mandandoti a quel paese e dicendoti di lasciarmi stare.
Sei uno dei pochi che in me scatena reazioni spaventosamente contrastanti. Affetto e calore e familiarità e coccole eccetera eccetera eccetera, e la rava e la fava. Un po' come stare con un parente, nell'ambiente sicuro di casa tua. Dove sai che vieni compreso anche senza proferire parola. Però riesci anche a farmi imbestialire. Con la tua assenza quando ti vorrei più vicino. Con il tuo entusiasmo per le stesse cose di cui ti ho parlato io mesi fa e che al tempo non ti erano parse questa gran cosa (o perlomeno così dicevi; spero mentissi). Con la tua testardaggine, ovviamente di gran lunga peggiore della mia, che di tanto in tanto mi tocca assecondare.
Aspetto con terrore il momento in cui capirai che me la faccio addosso perché ho paura di perderti. Spero che quel momento non arrivi mai. Se mai fosse, nella mia disperazione più profonda penserò a Clementine, che ha avuto la gran botta di fortuna di cancellare i ricordi di Joel dalla propria memoria. Per esorcizzare il temuto momento, metto in preventivo un paio di cosette che devo assolutamente ricordarmi di cancellare:
a. Il primo biglietto romantico che hai lasciato sul tavolo di casa mia (sotto a un ciondolo d'argento al quale avevo fatto la corte per un mese).
b. La prima volta che mi hai fatto il cappuccino nel tuo buio appartamento di Bologna.
c. Quella volta che hai cucinato il nut loaf e io quasi piangevo di commozione e mi benedivo per aver scelto un uomo nordico.
d. La prima volta che sono venuta a prenderti alla stazione. Quando ti ho accarezzato la schiena, sull'autobus pieno di persone che ci portava a casa mia, tu con una valigia enorme e l'inseparabile portatile. Quella volta nei tuoi occhi mi è parso di vedere qualcosa. Sembravi assorto. Osservavi la strada, muovendo velocemente gli occhi per stare dietro alla distanza percorsa dall'autobus, ma ricordo distintamente due sguardi dritti ai miei occhi. Mi è sembrato di vedere un misto di imbarazzo per le mie effusioni in luogo pubblico e un'ombra di compiacimento, perché nella posizione in cui eravamo nessuno riusciva a vedere la mia mano che percorreva la tua schiena. Su e giù, senza mai stancarmi, io. Un po' materna, confesso (avrò dato a vederlo?)
Tra una settimana vieni a trovarmi. E staremo insieme per gran parte del mese. Faccio del mio meglio per stare buonina e tranquilla. Questa volta non voglio assalirti con il mio non poterne più di stare lontana da te. Hai la mia parola.
giovedì, ottobre 21, 2004
Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music) di Robert Wise, USA 1965
Estasi brasiliana
Dall'anno della sua prima uscita al 1978, è stato il film che ha incassato di più nella storia del cinema, ed è un vero e proprio fenomeno culturale che portò il pubblico nelle sale a vedere il film più volte. A Londra continuano a darlo tre volte alla settimana. La storia è in parte vera e prende ispirazione dalla famiglia Von Trapp, composta da sette figli più padre e madre, che subito dopo l'annessione dell'Austria alla Germania nazista si vide costretta a scappare e si trasferì negli Stati Uniti. Qui ebbe fortuna come gruppo musicale. La vita dei Von Trapp ispirò dapprima un libro, poi due film in Germania e, infine, un musical a Broadway. Finché di questa storia non se ne fece un film.
Per mettere alla prova la vocazione della novizia Maria, la madre superiora del monastero benedettino di Salisburgo persuade la ragazza a prendersi un periodo di riflessione e passare un po' di tempo a servizio come governante in casa della famiglia del capitano Von Trapp. L'uomo, un ufficiale di marina rimasto vedovo, non sa bene come comportarsi con lo stuolo di figli che si ritrova e impone quindi una disciplina militaresca.
L'arrivo di Maria, dal carattere cordialissimo e impulsivo, getta lo scompiglio in casa. Maria conquista immediatamente la simpatia dei ragazzi ma infastidisce il capitano con i suoi metodi liberali. Finché i due non si accorgono di essere innamorati l'uno dell'atlra. Turbata dagli avvenimenti, Maria si rifugia di nuovo fra le mura del convento, ma viene nuovamente spinta ad affrontare e risolvere il suo problema fuori dal convento. Il capitano manda all'aria il matrimonio con la baronessa Schraeder e sposa Maria. I due sono sposati da poco quando i nazisti occupano l'Austria. Da buon patriota, Von Trapp rifiuta di porsi ai loro ordini e quindi, a rischio della vita, valica il confine svizzero insieme a Maria e ai suoi figli.
Un film con finale a tarallucci e vino. Non importa se sei di malumore, se ti è morto il gatto o se il tuo vicino di casa ti tiene sveglia fino alle 4 con la sua passione per la musica punk. Tutti insieme appassionatamente ti mette addosso una grande serenità. Il faccione soddisfatto di Julie Andrews e quella voce dall'allegria contagiosa metterebbero di buonumore un malato terminale. Io è da quando sono piccola che canto. Quando sei bambino la "tecnica a squarciagola" va per la maggiore. Canti per il gusto di urlare, per il piacere che ti danno le note che scappano disperate dalla bocca. E tu ti senti poco sicura del risultato, ma le lasci scappare e chissenefrega.
Poi ho capito chi era Jimmy Fontana. Avevo un parente illustre e ne andavo piuttosto orgogliosa. Un cantante. Uau. Dopo il malsano sogno nel cassetto di diventare una ballerina, che mi è toccato abbandonare in tenera età a causa della mia stazza, ho segretamente cullato l'idea piuttosto romantica di diventare una cantante pure io. Tale zio tale nipote. A un certo punto pensai di averla spuntata. Quando ero in seconda media la prof. di educazione artistica voleva organizzare uno spettacolo per i genitori. In barba alla tecnologia, il fratellonzolo musicista aveva preparato una base su una cassetta, da mettere su per cantarci sopra. Il giorno delle prove ero agitatissima e contentissima. Mi sentivo una Nikka Costa dei poveri ma mi presentavo con una canzone del Jimmy. Che sogno. Finché una compagna di classe un po' goffa non fracassò la radio, e la prof. si alterò in maniera tale che mandò tutto a quel paese. Niente spettacolo.
Qualche anno dopo finalmente arrivò il mio momento di gloria. Partecipai a una cena di beneficienza e noi tre fratellonzi ci esibimmo davanti a un pubblico di un paio di centinaia di persone. Le gambe mi tremavano, avevo un'arsura in bocca da cammello che cazzeggia per il deserto da mesi e mesi, continuavo a ripetermi che chi me l'aveva fatto fare ma l'adrenalina scorreva a fiumi nelle vene e avevo un po' paura di commettere un gesto sconclusionato. Il fratello musicista non aveva lasciato niente al caso. "Mi raccomando", aveva detto. "Non voglio vedere facce perplesse. Qualunque cosa succeda, si sorride. Mai guardarsi l'un l'altro con aria allarmata". Mi ricordo una fifa indescrivibile.
Neanche a dirlo, l'esibizione fu un gran successo. Con tanto di complimenti dietro alle quinte, mazzo di fiori (il secondo della mia carriera di donna) e chi più ne ha più ne metta. Non che mi illudessi di diventare la nuova Ella Fitzgerald, ma segretamente continuavo a sperare nei casi della vita and all that. Poi arrivò il tempo delle registrazioni in mansarda. I figli maschi della famiglia si dilettavano a comporre parole e musica. Si diceva che Gianni Morandi i pezzi degli sconosciuti li ascolta eccome. Non si sa mai che diventi famoso con un pezzo del cavolo e da lì a surclassare il grande autore pop Alex Britti è una questione di giorni. Si diceva anche che le mie doti non erano quelle classiche e scontate di una cantante solista. Io andavo da dio a fare i cori. Perché ero troppo disciplinata per lasciarmi andare agli eccessi poco professionali di una femme fatale del pop e non avevo doti di fantasia vocale abbastanza sviluppate. Così mi limitavo a fare da riempiticcio, registrando una terza di là e una quinta di qua per dare un po' di sostanza alle vocalizzazioni poco pulite dei miei due fratelli maggiori. E provavo le stesse identiche frustrazioni del protagonista di Desafinado. Che in italiano vuol dire "stonato" e che fa così:
Se você disser que eu desafino amor Saiba que isso em mim provoca imensa dor Só previlegiados tem ouvido igual ao seu Eu possuo apenas o que deus me deu
E se você insiste em classificar Com o meu comportamento de anti-musical Nao lhes vou mentir até vou comentar Que isso é bossa-nova Que isso é muito natural
Que você não sabe nem sequer presente É que os desafinados tambem tem um coração Fotografei você na minha Rolleyflex Revelou-se a sua enorme engratidão
So não podera falar assim do meu amor Que bem maior que você pode encontrar Você passou a musica e esqueceu o principal Que no peito dos desafinados No fundo do peito bate calado No peito dos desafinados tambem bate um coração
Non dirmi che sono stonato, che ci rimango molto male. Lo so che non sono un granché, ma mi tocca fare del mio meglio con quello che mi è stato concesso alla nascita. Se continui a insistere sul fatto che sono un po' impedito in fatto di musica, mi costringi a risponderti che è solo un po' di bossanova. Tutto molto naturale. Anche gli stonati hanno un cuore. E non fare l'ingrata, che ti si vede dalla faccia (nella foto che ti ho fatto con la Rolleyflex).
Ti concentri sulla musica ma dimentichi la cosa più importante. Anche nel petto degli stonati c'è un cuore che batte.
Il mio debole per la musica brasiliana fu messo a dura prova ai tempi dell'università da coinquiline troppo alternative per apprezzare un pover'uomo che borbotta qualche verso inintelligibile in una lingua stramba e sensuale. Mi prendevano in giro per i miei gusti assurdi.
"Che è 'sta roba" "ma sul serio ti piace" "mai sentito niente di simile" "perché non mettiamo su My Sharona?"
e qualche volta perfino
"E spegni questa schifezza"
Ma io non ho desistito. I brasiliani continuano a piacermi. Mi rilassano, porca miseria. Sono romantici come Eros Ramazzotti ma sanno cosa vuol dire fare musica. Altro che. Altroché. Ieri per struggermi poco poco ho messo su Desafinado, e l'ho riascoltato tante di quelle volte di seguito (cinque o dieci, o forse più) che ho memorizzato questo capolavoro di testo. Oggi lo canticchiavo in bagno, e poi lo pensavo in autobus, e ora qui in ufficio. [E poi di nuovo a casa, a letto, guardando la televisione, a tavola.]
Dopo la cena di beneficienza ci furono la "clapa di putele" triestine e non, l'impietosa e ingiusta arte del playback, la fase creativa durante la quale mi lanciai nella composizione dei testi più originali della storia del jazz e, più recentemente, la band di scalcagnati scozzesi che mi trascinarono in uno studio di registrazione di Mill Hill East per bere birra in lattina e dare un senso alla loro canzone di maggior successo. Sono il gruppo di artisti più assurdo che abbia mai conosciuto. Ma queste sono altre storie. E altri film.
giovedì, ottobre 14, 2004
Tre donne (Three Women)
di Robert Altman, USA 1977
Uno di quei giorni
Pinky viene assunta come infermiera in un centro di rieducazione per anziani, nella parte più sperduta e desertica del deserto californiano. Lì conosce Millie, che fa il suo stesso lavoro. La più attempata delle tre è Willie, moglie del gestore di un saloon che passa il tempo dipingendo immagini e personaggi surreali sulle pareti e il fondo di una piscina.
Senza accorgersi che la sua amica e una patetica donnicciola che si nutre di illusioni e vive ricalcando ridicolmente i modelli pubblicitari, Pinky ha per la sua coinquilina Millie un'ammirazione profonda. I loro rapporti, però, si guastano quando Pinky scopre che Millie è andata a letto col marito di Willie. Ferita dall'amica, alla quale aveva rimproverato il suo adulterio, Pinky tenta il suicidio, giace in coma per molti giorni e quando torna in sé è ormai completamente cambiata: non riconosce e finisce col respingere i genitori chiamati al suo capezzale e assume un atteggiamento di sprezzante superiorità nei confronti di Millie pur assumendone il suo comportamento.
Ma anche Millie è cambiata: accetta i soprusi della compagna e si licenzia anche lei per starle accanto quando Pinky perde il lavoro. Non è più, insomma, la ragazza sciocca di un tempo. Quando Willie, che aspetta un bambino, comincia ad avere le doglie, corre ad assisterla. Il bambino nasce morto e Millie schiaffeggia l'amica che, impietrita dallo spavento, non è corsa a chiamare un medico. Poi, ucciso forse dalla moglie, il marito di Willie muore. Del saloon ora si occupano le tre donne, le quali, spartitisi i ruoli di madre (Millie), figlia (Pinky) e nonna (Willie) hanno costituito una loro strana, ma autosufficiente famiglia.
Un ambiente saturo di donne può trasformarsi in una bomba a orologeria. Chi ha la luna storta, chi si è lasciata con il ragazzo, chi è lesbica e nessuno in ufficio se la caga, chi ha le sue cose e chi avrebbe fatto meglio a stare a casa perché non si sente bene ma preferisce tirarsi su dal letto, lavarsi i denti, andare al lavoro e, in soldoni, rompere le palle a chi non ha nessuna voglia di avere a che fare con gli sbalzi d'umore.
Il ritorno da Lisbona è stato così traumatico che la vacanza è già bella che dimenticata. Che poi non ha mai smesso di piovere e sono rientrata in ufficio con le corde vocali martoriate e una gran voglia di stare a letto (confessione: quella che è andata in ufficio invece di starsene a casa ero io). Siamo inondati di lavoro, io mi faccio il mazzo a padella e continuo a fare la mammina felice. Della figlia che frigna tutti i santi giorni per qualsiasi ragione. Di quella che pensa di essere una nullità e ha bisogno di essere rassicurata a ogni pié sospinto. Di quella che fa la drama queen e pare che i problemi ce li abbia tutti lei.
A me è come se nessuno ci pensasse. Mi sento una mamma accasata o sistemata da anni e anni. Con figli che dipendono ancora da lei e un marito che a consolarla e dirle quanto è fantastica non ci pensa neanche morto. Ho scoperto un meccanismo di difesa piuttosto pericoloso. Mi alieno completamente dalle pallosità quotidiane, guardo fuori dai finestroni di del West End e in quattro e quattr'otto costruisco un milione di mondi immaginari. Dove i piatti di ceramica bianca della cucina dell'ufficio diventano dischi volanti fragili ma molto eleganti. Il ristorante thailandese che ha aperto i battenti da un paio di mesi potrebbe passare per il bar Moloko de L'arancia meccanica. Il riflesso dei cactus di Katarina sulla finestra alla mia sinistra è un clown impertinente che l'altroieri continuava a farmi le boccacce.
I tizi e le tizie che arrivano spediti dal vicoletto di fianco al negozio delle scommesse hanno appena sfilato su una lunghissima passerella e, prima di attraversare la strada, guardano a destra e a manca per assicurarsi che il pubblico abbia apprezzato il nuovo capo d'abbigliamento che indossano con orgoglio. L'omino delle multe, grande amico del clown-cactus, è un appassionato di travestimenti e sadomasochismo, ma ha dimenticato la frusta nella Punto blu. Grazie al cielo lui al bar Moloko non ci va mai. Il tè che mi sono dimenticata di bere, che oscilla nella tazza più grande del mondo seguendo dolcemente il mio tippettio sulla tastiera, è una piscina per albini. Che sperano di dare un certo tono al loro triste derma facendo un tuffetto di tanto in tanto.
L'unica cosa reale è la schifosa quantità di lavoro che mi resta ancora da fare.
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