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martedì, settembre 28, 2004
Brutti, sporchi e cattivi
di Ettore Scola, Italia 1976
Sostiene Wilson
Nudo e crudo come pochi, il film narra le vicende di una famiglia povera e senza scrupoli che vive in una misera baraccopoli sulla collina che fiancheggia San Pietro. Al centro del racconto ci sono i Mazzatella, numerosissima famiglia di origine pugliese (moglie, una decina di figli e un mucchio di parenti) con a capo il vecchio e alcolizzato Giacinto, un uomo egoista, malvagio e prepotente. La periferia romana e le sue baracche vengono raccontate impietosamente, con tutte le loro miserie, morali e materiali.
La principale preoccupazione di Giacinto è quella di difendere dall'avidità dei familiari il milione di lire che ha ricevuto come risarcimento per la perdita di un occhio. Il capofamiglia fa di tutto per nascondere il bottino ai suoi parenti, arrivando persino a sparare sul figlio. Così, mentre la tensione nel nucleo familiare cresce vertiginosamente, ad aggravare la situazione ci pensa la prostituta Iside, portata in casa dal capofamiglia per far dispetto alla moglie e "data in prestito" ai figli. La moglie di Giacinto viene obbligata a farle posto nel letto matrimoniale.
Imbufalita per l'affronto, la donna organizza, d'accordo con tutta la famiglia, l'avvelenamento del marito con mezzo chilo di topicida mischiato col sugo di un'abbondante pastasciutta. Giacinto, però, riesce a salvarsi. E, per vendicarsi, dà fuoco alla baracca. Finendo poi per venderla a una famiglia di calabresi, provocando una zuffa che si conclude con l'ingresso nella baracca anche dei nuovi arrivati. Certo, è difficile seguire un codice morale, quando si vive come formiche. Il contrasto tra la triste, greve e disgustosa realtà dei Mazzatella e quella della gente comune è fin troppo evidente. I Mazzatella fanno proprio pena, punto e basta.
Tra due fine settimana si va tutti a Lisbona. Yeah. Come ogni anno, la ditta intera si sposta per una trasferta di quarantott'ore scarse. A parte un gruppetto di alternativi che no, proprio no, loro non partecipano perché hanno di meglio da fare o aspettano un bambino.
Ottantanove persone, sapientemente distribuite su due voli. TAP e British Airways. Gatwick e Heathrow. Ottantanove persone, quaranta coppie o poco più. Ciascuna coppia divide una camera doppia in uno degli hotel più lussuosi della capitale portoghese. Ottantanove persone divise un po' a casaccio in una dozzina di tavoli. Per la cross fertilization. Che a me sa tanto di diserbanti, ma pare che sia il concetto del momento. Imparare a conoscere gente che lavora nella tua ditta ma con la quale non hai tanti contatti. Parlare. Di lavoro, se ti va. Chiacchierare. Del più o del meno, se proprio non sai cosa dire. Inciuciare. Su chi sia il più bello o il più intelligente o il più gay. Ho sentito che Gino se ne vuole andare. E Pino è incavolato nero con il capo per colpa della rava e della fava. Le solite cose.
Tavolate per il seminario di sabato mattina. Presentazioni Powerpoint che si sprecano. Applausi e risate pure. Qualche commento sul fatturato e sulle prestazioni lodevoli di Gina o Pina. Un paio di annate siamo stati particolarmente fortunati e ci è scappato pure il test di personalità.
Tavolate per la cena di sabato sera. Di solito optiamo per un buffet di lusso. A cinque stelle, ovvio. Al sabato mattina, una prima colazione da fare invidia perfino ai tedeschi. Niente da ridire. Ci trattano bene.
Lo ammetto. Mi piace, questo fine settimana, e pure tanto. Continuo a lamentarmi solo per sport. Anche la vita d'ufficio, per quanto becera e grigia possa sembrare a chi non la fa, ha i suoi grandi vantaggi. È un po' come far parte di una grande famiglia. Vita ammassata, tutti insieme dalla mattina alla sera. Ufficio open plan, così ti sentono tutti quando parli al telefono o cerchi di risolvere l'ennesimo problema esistenziale. Privacy inesistente, pranzi quasi sempre collettivi, perché hai così tanto da fare che non puoi staccarti dal computer neanche per qualche minuto. Siamo gli anti-eroi per eccellenza. Brutti, sporchi e cattivi.
martedì, settembre 21, 2004
I racconti del cuscino (The Pillow Book)
di Peter Greenaway, GB 1995
Cercavo una metafora?
All'inizio degli anni Settanta, a Kyoto vive Nagiko Kiohara. Una bambina giapponese figlia di uno scrittore calligrafo, dal quale Nagiko eredita il piacere della scrittura sul corpo. Nel giorno del suo compleanno, il padre le scrive sul viso un augurio mentre la zia le legge alcuni brani tratti dal libro I racconti del cuscino. Sull'esempio dell'autrice del libro, la zia convince Nagiko a tenere un diario personale.
Il padre di Nagiko, pur di vedere pubblicati i suoi scritti, intrattiene rapporti omosessuali con un editore. A diciotto anni, la protagonista viene obbligata a sposare il nipote dell'editore che pubblica gli scritti del padre (in cambio di prestazioni sessuali da quest'ultimo). Suo marito non comprende il suo interesse letterario: i due litigano spesso e l'uomo brucia i diari di Nagiko e dà fuoco alla casa. Nagiko fugge a Hong Kong e per vivere accetta umili lavori nelle cucine dei ristoranti. Appreso l'inglese, viene assunta come impiegata presso uno stilista; poi si afferma come modella. Per vivere l'esperienza ereditata dal padre e ossessionata dall'opera che le leggeva sua zia, scritta dalla cortigiana Sei Shonagon nel XI secolo, Nagiko si mette in cerca di amanti che siano disposti a scrivere sul suo corpo.
In un caffè conosce Jerome, un traduttore inglese che diventa a sua volta amante dell'editore del padre e la convince a essere l'autrice invece del pezzo di carta e a scrivere su di lui. Nagiko comincia a scrivere sul corpo di Jerome poesie, preghiere in varie lingue e infine un messaggio pubblicitario per un progetto di 13 poemi erotici. Il progetto piace all'editore che lo fa trascrivere e lo diffonde.
All'uscita del quinto poema, Jerome si droga per fingersi morto ma muore sul serio e Nagiko, disperata, scrive sul corpo di Jerome il suo poema dell'amore. La ragazza scopre di essere incinta e innesca una spirale di mortale vendetta nei confronti dell'editore. Che, nel frattempo, sperando di trovare sul corpo di Jerome un altro poema ne ha fatto riesumare il corpo, facendone asportare la pelle per conservarla. Il giorno del suo ventottesimo compleanno Nagiko riceve da Hong Kong il "libro di pelle umana", dopo che un lottatore aveva strangolato e ucciso l'editore. Poi, per continuare la tradizione, scrive un augurio di buon compleanno sul volto della bimba che le è nata dal suo amore con Jerome.
Al diavolo Ozzy Osbourne, che nell'annuncio pubblicitario del reality show della sua famiglia dice qualcosa del tipo "Be different. Don't get a tattoo".
Perché no? Un tatuaggio ti cambia la vita, ma allo stesso tempo non te la cambia per niente. Occhèi, è ineluttabile. Siamo d'accordo, non puoi tornare indietro. È decisamente una dichiarazione d'intenti. Ma di quali intenti? Che hai voluto la bicicletta e ora pedali? Che volevi dire qualcosa di così significativo che hai pensato bene di fartelo incidere addosso da un ago malefico facendo sanguinare il tuo corpo, come in un atto simbolico di difesa a un'aggressione che ha poco di metaforico e molto di fisico? Non so, a me non pare. Nel suo essere definitivo e perenne io lo trovo poco importante, poco finale e sicuramente poco dichiarazione d'intenti. Un segno come un altro. Neanche simbolo. Una macchia carina. Che poi ormai ce l'hanno cani e porci e non fa più figo come un tempo. Se lo dice Ozzy Osbourne...
Ho acquistato credibilità. Non so se mi spiego. Ho un geco appoggiato tra la scapola e la base del collo. Un rettile impertinente che guarda di sottecchi chiunque mi stia alle spalle. Non provateci neanche, a fare i furbi. Che poi tra l'altro a me i rettili fanno ribrezzo. È nero come la pece, lui. Ha le zampe buffe e sembra uscito da un cartone animato. Sono entrata a far parte dell'universo dei tatuati. Da qui si vedono le cose da un'altra prospettiva. Noi capiamo come gira il mondo. Altroché. Dall'alto della mia esperienza di donna tatuata da quasi 48 ore posso affermare con certezza che esistono due categorie di tatuati.
1. Quelli che vogliono la metafora
Il corpo è un libro e il tatuaggio è il racconto che spiega il senso della vita. Ci pensano su per settimane, mesi, anni. Rimuginano. Sono alla ricerca di qualcosa che abbia un significato profondo per loro. Magari se lo fanno disegnare dal migliore amico, perché vogliono essere gli unici al mondo con quel disegno (un tribale personalizzato, per esempio). Nel peggiore dei casi, si fanno tatuare il nome dell'amata o I love you mother sull'avambraccio destro. Sono tipi stoici. Riuscirebbero a farsi tatuare la mappa politica della Russia sul cranio senza fiatare. Il dolore non è nulla in confronto alla grandiosità del loro atto. Dopo anni stanno ancora lì a spiegarti il significato recondito della loro scelta sofferta. Ci credono, insomma.
2. Quelli che non gliene potrebbe fregare di meno
Lo fanno perché gli piace l'idea. Si trovano lì per caso. Con una pinta di troppo in corpo. Ci avevano pensato di tanto in tanto, ma fino al quel momento non si erano decisi. Per mancanza di tempo e voglia. Oppure perché sotto sotto se la facevano addosso per il dolore. Lì per lì gli era sembrata una cosa carina, ma non escludono del tutto di pentirsi della decisione improvvisata. Il tatuaggio lo fanno più per amalgamarsi alla massa che per discostarsene. Però lo nascondono per bene, che non si sa mai. Il soggetto di solito lo scelgono alla cazzo. Una farfalla, la faccia di topolino, un tribale non personalizzato. Oppure un geco con lo sguardo furbetto.
Nah. Un tatuaggio non mi cambierà la vita. Far male, fa male. Parecchio. Lo sapevo io. L'avevo detto. E tutti a dirmi che no, che perché facevo la fifona.
venerdì, settembre 17, 2004
Ônibus 176
di Felipe Lacerda e José Padilha, Brasile 2000
Mostri snodabili
Il 12 giugno del 2000, a Rio de Janeiro, un autobus pieno zeppo di persone viene sequestrato da un ragazzo armato che minaccia di ammazzare tutti i passeggeri. Trasmessa dal vivo su tutti i canali televisivi del Brasile, questa vicenda scioccante dal finale tragico diventa uno dei ritratti più crudi e veritieri della violenza e uno degli esempi più spaventosi di incompetenza e abuso di potere della polizia degli ultimi anni. Quando Sandro do Nascimento decide di arrendersi, un poliziotto cerca di sparargli e finisce per uccidere uno degli ostaggi, una giovane donna.
Il documentario racconta dell'avvenimento e propone diverse interviste, concentrandosi però sulla figura del dirottatore Sandro do Nascimento, la sua infanzia e le ragioni per le quali era destinato a diventare un malvivente.
Qualche venerdì fa sono andata via per poco più di una settimana. Per riposarmi dall’assenza d'estate e dallo stress del trimestre più pieno di lavoro della storia.
Il giorno prima della partenza, dopo otto ore di onesto lavoro, aspettando l’autobus alla solita fermata di Tottenham Court Road mentre contavo il numero di finestre della facciata dell’edificio di Habitat e osservavo gli altri potenziali passeggeri cercando di non farmi cogliere in flagrante, mi sono resa conto che quello che stavo per fare era l’ultimo tragitto a bordo del vecchio 73.
Ken Livingstone ha deciso di sbarazzarsi dei vecchi autobus a due piani, quelli aperti dietro. Che puoi salire e scendere quando e come meglio credi. I vecchi autobus sono una delle poche fonti di risate e sguardi complici tra i passeggeri. Perché magari il ragazzino di turno fa lo sciolto e aspetta qualche secondo di troppo prima di saltare su, e poi gli tocca fare una maratona per farcela. Oppure la signora incinta di un bel po' di mesi sembra improvvisamente perdere l'equilibrio già precario perché un autista troppo nervoso non riesce a domare il motore Volkswagen delle vecchie tigri rosse. Non parliamo della cinquantenne impanicata che si avvia verso il retro della vettura secoli prima della discesa.
Ci hanno privati di un sogno. Cattivi. A Stoke Newington vendono già cartoline e biglietti d'auguri in stile nostalgico. Immagini o disegni del mitico autobus mi fanno già venire la lacrimuccia. Ci hanno detto che i trasporti miglioreranno, ma posso già confermare che va molto peggio. Oggi ho aspettato l'autobus per un quarto d'ora. Ci hanno dato un contentino vergognoso. Un mostro basso e lungo, una vipera rossa che quando si chiudono le porte fa un rumore assordante. Il riposino mattutino durante il tragitto per andare al lavoro me lo posso scordare. Gli autobus nuovi, a detta dell'amministrazione comunale, sono di quelli per la gente che non ha tempo da perdere. Invece di una porta ne hanno tre, o quattro. E doppie. Sali e scendi da dove ti pare, senza rendere conto a nessuno di quello che fai.
Vieni trasportato a destra e a manca con movimenti ondeggianti che sconvolgono gli apparati digerenti più combattivi. Fai gran parte del tragitto in piedi, perché i posti a sedere sono dimezzati e quelli in piedi sono triplicati. In numero e scomodità. Quando sale il vecchino di turno, i sensi di colpa ti assalgono come mai ti è successo prima d'ora. Ti senti lo stomaco in subbuglio. Le sopracciglia ti si incupiscono all'istante e lo sguardo diventa corrucciato, per quanto tu cerchi di evitarlo ignorando la povera anima buona e continuando a leggere il tuo libro. Ovvio. Sai bene cosa aspetta il pover'uomo e ti senti responsabile del fattaccio, anche solo in parte. Così lo fai sedere e fai anche la seconda parte del viaggio in piedi. Vi assicuro che non è una cosa divertente. Almeno una fermata e mezzo prima di giungere a destinazione devi cominciare a calcolare la strategia della discesa. Le porte sono tante, milioni di milioni, ma l'autobus è più lungo che mai. Mai dimenticarlo. Ti fai strada tra una gincana di borse della spesa, carrozzine ed elettrodomestici di taglia media: frullatori, gelatiere, lettori DVD e quant'altro. E quando sei smontato dal mostro rosso, non vedi l'ora di rintanarti a casuccia.
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