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lunedì, agosto 16, 2004
Nòi albinòi
di Dagur Kari, Germania/Islanda 2003
Il labrador di Littlehampton
Nòi ha diciassette anni ma ne dimostra molti di più. Vive in un piccolo villaggio che sorge in un fiordo remoto nel nord dell'Islanda. Un luogo che d'inverno è tagliato fuori dal mondo a causa del gelo e della neve. Va da sé che durante gli infiniti mesi invernali il giovane sogna di fuggire da questa realtà insieme a Iris, una ragazza di città finita a lavorare in uno squallido distributore di benzina del paese. Purtroppo, i suoi maldestri tentativi di fuga finiscono miseramente.
I personaggi secondari del film sono un collage di eccentricità: la nonna che lo sveglia con un colpo di fucile, il professore di cucina e di lingua francese, il libraio che recita poesie insensate e il prete con tanto di modernissima moto da neve. Noi vaga per il suo paese senza alcuno scopo, frequenta la scuola per dovere ma non ascolta le lezioni, non ha amici né alcun tipo di svago. La solitudine è totale. Il grigio e il bianco sono i toni dominanti del film (i colori naturali della neve durante il giorno e la notte).
Ci si chiede se Nòi è lo scemo del villaggio oppure un genio incompreso. Sua madre è assente, suo padre anche troppo presente: tra una sbornia e l'altra quest’ultimo riversa sul figlio la frustrazione per non aver dato seguito alle sue ambizioni artistiche. I compagni di scuola sono solo figure indistinte: nelle scene in cui compaiono si confondono con la carta da parati. Gli adulti del film sono entità lontane con cui è impossibile stabilire un contatto.
Nascosto nel sotterraneo della casa, al quale accede da una botola sul pavimento, Nòi passa gran parte del suo tempo a fumare e pensare a un futuro diverso. La vita nel fiordo non gli piace, e sogna i caldi e chiari mari dei Caraibi. Sarà proprio la natura che, tragicamente, gli cambierà la vita, come da sempre desidera.
Esattamente un anno fa, io e i miei amici ispano-anglosassoni decidemmo di prendere macchina, capra e cavoli e andare a Littlehampton, un paesino di mare nei pressi di Brighton. Sfogliando uno dei quaderni che mi porto sempre dietro per scrivere su carta qualsiasi idea mi frulli per la mente quando sono in giro per la città, ho ritrovato gli appunti di quella giornata.
La spiaggia è smisurata, o perlomeno così mi pare, perché non c'è quasi nessuno in giro. Dal punto in cui siamo seduti riesco a contare 14 persone e un labrador. Da lontano, il cane dal colore del miele appare come un puntino in movimento che si confonde con la distesa di sabbia. Vento fortissimo, rumore assordante del mare, i gabbiani che non ne vogliono sapere di stare zitti, nuvole in movimento frenetico: oggi la spiaggia di Littlehampton è così inospitale da diventare affascinante come non mai. Più disperato, onesto e sicuramente più struggente di Positano in un incantevole giorno di sole.
Anche le sfumature di colore sono diversissime da quelle note e sperimentate. Dall'azzurro scurissimo che con un raggio di sole diretto diventa blu elettrico, al cupo grigio antracite, che dà alla gradevole inospitalità del luogo un'aura di pericolo.
Dopo una mezz’oretta mi rendo conto di avere un leggero mal di testa e la mandibola impossibilitata a muoversi per gli effetti della marijuana e di un vento quasi atlantico, che non perdona. Quando si sono aggiunte altre due famiglie con tre bambini e due palloni, decido di misurarmi con gli elementi naturali e mi stendo sulla sabbia, chiudendo gli occhi in un tentativo malriuscito di dare un senso alla giungla di rumori.
La fame chimica prende il sopravvento. Raccogliamo zaini e coperte e facciamo ritorno alla macchina.
martedì, agosto 10, 2004
Matrimonio all'italiana di Vittorio de Sica, Francia/Italia 1964
La luce alla fine del tunnel
Dall’opera teatrale Filumena Marturano di Eduardo de Filippo, Vittorio de Sica ha tratto una commedia all'italiana che più tradizionale non si può. Filumena Marturano si mantiene facendo la prostituta. Conosce Domenico Soriano, un pasticcere che ha la grande idea di toglierla dalla strada ma che poi ne fa una sorta di geisha mediterranea: la sistema in un appartamento per tenerla come amante e cameriera. Domenico sopravvaluta se stesso e sottovaluta l'intelligenza di Filomena che, quando lui decide di sposare un’altra donna, escogita un incredibile stratagemma e si finge moribonda. Come ultimo desiderio, chiede a Domenico di sposarla e farla morire in pace con Dio.
Quando si rende conto che Domenico non è disposto a sposarla, Filomena gioca il suo asso nella manica: gli rivela di avere tre figli, cresciuti lontano dalle malelingue. Uno dei figli è suo, ma la donna non gli dice quale sia. Il poveretto si ritrova in un dramma esistenziale non indifferente, stretto tra doveri e voglia di buttarsi tutto alle spalle. Anche perché era in procinto di sposare un’altra donna. Filomena finisce per spuntarla: il pasticcere decide di sposarla di sua spontanea volontà.
C’è da dire che Filumena è proprio una bella gnocca. Dal corpo statuario e dal viso sensualissimo. Impossibile non accorgersi di lei. Perlomeno lei ha ben chiaro ciò che vuole. Vuole passare dalla condizione di amante a quella di moglie. Il tutto con con un po' di calma, qualche schermaglia amorosa e un paio di litigate con i fiocchi. La lotta di potere che si scatena tra i due sessi. Ma poi riesce a ottenere ciò che vuole e a conquistare la meta sociale femminile dell’epoca: il matrimonio con il “padrone”.
Ho bisogno di sapere come funziona quando stai con qualcuno. Tipo che ci esci, che ti piace stare con lui, che ti metti d’accordo per andare al cinema insieme, che ci ridi e che ci fai sesso. E che se gli viene una tonsillite inaspettata lo sopporti e ti sopporti e gli fai da infermiera per due fine settimana di seguito. Come ho potuto arrivare a trent’anni senza avere la minima idea di cosa voglia dire "fare coppia"? Mi sento persa. Sopraffatta dall’incredibile esperienza di stare con qualcuno che non è un qualcuno qualsiasi. Io in coppia non credo di saperci stare. Per scacciare le numerose paure, raggiungo la conclusione che in un'epoca in cui tutti muoiono dalla voglia di stare con qualcuno, a volte non c'è niente di meglio che stare da soli. Hai voglia di fare il bucato e scrostare la vasca da bagno, nessuno si oppone se ti metti ad ascoltare la tua musica preferita a tutto volume, e la cosa migliore è che hai un sacco di tempo per uscire con i tuoi amici. Ma poi mi domando se lo voglio sul serio. Dico, essere single.
Va da sé che sono terrorizzata dalla vita di coppia. O pseudo-coppia, visto che viviamo in due paesi diversi. Comunque sia, per fare degli esempi, ho una paura tremenda dei primi rutti e delle prime (timide) flatulenze. E, per inciso, mi viene il presentimento che manchi ben poco al fatidico momento. Quello è l’istante esatto in cui tutta la poesia se ne va via e in men che non si dica ti ritrovi a vivere la solita, pallosissima e monotona routine. Che poi chi l’ha deciso che la monotonia della vita di tutti i giorni non sia una benedizione? Devo rimanere tranquilla. Direi che non è il caso di agitarsi. Nella vita certe cose capitano così di rado che quando capitano meritano una particolare attenzione. Un po’ come le eclissi solari, un matrimonio o la nascita di un figlio. Mi è capitato di incontrare uno che vale la pena. Non posso mandare tutto all’aria proprio sul più bello.
È tutto molto strano. Per certi versi mi dispiace di sentirmi "arrivata". Come se già lo fossi. E invece siamo soltanto all’inizio. Quanti uomini sono pochi uomini? Quando le cose sono troppo facili divento sospettosa. Mi nutro di quest’idea romantica che l’amore non è mai semplice e che solo dopo aver superato una serie di ostacoli maligni si vede un minimo barlume di felicità. Se non ci sono ostacoli significa per forza che manca qualcosa. Come se una relazione funzionasse soltanto con un pizzico di dramma. Stronzate.
martedì, agosto 03, 2004
Italiano per principianti (Italiensk for begyndere) di Lone Scherfig, Danimarca 2002
Eccessivo compiacimento (s.m.)
Italiano per principianti è la storia di sei cuori solitari che vivono in un quartiere alla periferia di una cittadina danese. Nel paese arriva un giovane pastore protestante che viene convinto dal suo collaboratore a iscriversi a un corso serale di lingua italiana. Di lì a poco il sacerdote diventa il perno di un gruppo di persone che hanno in comune un amore smodato per la lingua e la cultura italiana e che sono stati presi a gomitate dalla vita. La trama è un intreccio di storie tragicomiche: misteriosi legami di sangue, genitori pazzi, morti improvvise, alcolismo, malattie, fede religiosa e, più semplicemente, la difficoltà dei rapporti umani.
I personaggi riusciranno a superare la propria situazione e a trovare un minimo di serenità. L’epilogo del film è un viaggio in Italia, in una Venezia romantica ma descritta senza deformazioni culturali di sorta, durante il quale tutti i problemi troveranno una soluzione e i protagonisti ritroveranno un minimo di serenità.
Con uno spirito molto scandinavo e danese, i toni drammatici si alternano a momenti di umorismo puro (ma dolceamaro e a volte un po’ macabro). L’Italia è la dimensione ideale della passione e del sentimento, e la lingua italiana rappresenta il veicolo dell’amore dei protagonisti. Tra la solitudine e i tormenti di un’esistenza non troppo semplice, il corso d’italiano si rivela dunque la condizione simbolica necessaria per imparare ad amare. Italiano per principianti è un film praticamente bilingue che sarebbe stato assurdo in versione doppiata, dal momento i personaggi parlano italiano molto spesso.
Come si conviene alle opere che si rifanno al manifesto di Dogma elaborato da Lars Von Trier, il film è stato girato con luce naturale, videocamera a mano, senza colonna sonora e con attori che erano sconosciuti anche nel proprio Paese. Un altro film del cinema povero che dimostra ancora una volta come a contare siano sempre e solo le idee.
Tornando dal cinema, ho vinto una lotta con me stessa e con l’acido lattico per salire al piano di sopra dell’autubus. Perché dal secondo piano è tutto più bello e anche una vita del tutto normale può improvvisamente apparire come una gran bella cosa. Faccio per sedermi di fianco al finestrino e vedo un oggetto smarrito. Una povera anima ha perso l’abbonamento. Lo so com’è andata. Si è seduta in tutta fretta. Avrà fatto una corsa per beccare l’autobus. Con il fiatone, si sarà lanciata sul primo posto disponibile, quello vicino alle scale. E poi si sarà appisolata, perché era stanca dopo una giornata di fuoco.
Al momento di scendere si è svegliata di soprassalto perché era caduta in un sonno così profondo che per poco non si perdeva la fermata. Si è scapicollata giù per le scale e non si è accorta di aver perso l’abbonamento. Oppure si è scapicollato. Chissà.
Sono in ufficio e scrivo un post invece di lavorare. Passo in rassegna quello che ho trovato. Un inventario estremamente interessante.
10 abbonamenti settimanali per l’autobus, 4 zone; 9 scaduti, 1 ancora valido un elenco di chiese metodiste della zona nord-orientale di Londra improve your life through prayer: cosa fare, dove andare e a chi rivolgersi se si ha bisogno di una mano a risolvere i propri problemi un estratto conto della settimana scorsa (£5,33 disponibili per il prelevamento) un bancomat giallo sgargiante dell’Abbey National, intestato a P CONSTANT un foglietto di carta a quadretti, completamente bianco, se non fosse per una parola scritta a mano con quella che sembra una penna stilografica. Il biglietto dice “complacency”.
CONSTANT frequenta un corso di lingua inglese. Di quelli tradizionali e pedagogici. Un corso gratuito organizzato dal comune. Al termine di ogni lezione, il prof. si imbarca in un breve riassunto di quello che gli allievi hanno imparato in poco meno di un’ora e sceglie, regina su tutte, una parola simbolo per la giornata. Soltanto una. Che chiede a tutti di tenere a mente, memorizzare e utilizzare almeno tre volte nell’arco della settimana successiva.
L’autobus ci riaccompagna a casa tra uno strattone e l’altro e una frenata e l’altra. Guardo fuori dal finestrino e mi immagino un segno del destino. Complacency. Torno a casa e consulto immediatamente il dizionario monolingue per essere sicura di cogliere appieno il significato della parola misteriosa in una lingua che non è la mia. Ecco ciò che trovo: 1. A feeling of contentment or self-satisfaction, especially when coupled with an unawareness of danger, trouble or controversy. 2. A contented acquiescence or consent. 3. Complaisance.
Porca miseria, mi sto compiacendo. Sono in piena fase di autoadulazione perché mi voglio troppo bene. Mi sento troppo tutto. Mi sento fantastica e non vedo più in là del mio naso. Come potrei sentirmi altrimenti? Oggi sono lontana da casa. Troppo lontana. Mamma, senza papà ma in compagnia della sua banda di fratelli, si prepara a salutare una grande persona. Di conseguenza, mi sento in colpa per essere troppo lontana e decido tra me e me che non ci posso fare proprio niente. Mi sparo un’iniezione di fiducia in me stessa perché ne ho proprio bisogno.
Come se questo non bastasse, c’è una persona che mi vuole tanto bene. Me la ritrovo davanti tutte le sere, dopo il lavoro, e non si stufa mai di ripetermi che sono una persona stupenda, altruista, allegra, unica, irripetibile e pure sexy. In due lingue diverse. In queste condizioni è davvero dura riuscire a non pensare di essere fenomenali. Diciamoci la verità: poche volte mi sono imbattuta in una persona fantastica come me.
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