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lunedì, maggio 31, 2004
Tre colori - film blu (Trois coleurs: Bleu)
di Krzysztof Kieslowski, Francia/Polonia 1993
Un'automobile nuova
Tre colori – film blu è il primo capitolo della trilogia dedicata ai colori della bandiera francese e ai valori della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. La protagonista del film è Julie, una donna felicemente sposata e madre di una bambina. In un incidente stradale dal quale riesce a salvarsi, la donna perde il marito Patrice, famosissimo compositore, e la figlia Anna. Annientata dal dolore, Julie ricerca disperatamente l’affetto della madre ormai anziana che, chiusa in una casa di riposo, non riesce a ricordare nulla del passato e non la riconosce più.
Dopo aver tentato il suicidio senza riuscirvi, Julie finisce col riconoscere che “l’amnesia dei sentimenti” è l’unica forma possibile di libertà e di felicità. Quindi decide di iniziare una nuova vita anonima e indipendente in un appartamento di Parigi, per lasciarsi tutto alle spalle e chiudersi in un isolamento fisico e mentale, convinta com'è che solo una volta liberatasi dai ricordi e negandosi ogni sentimento riuscirà a ritornare a vivere. Tra le scene più assurde, dure, dolorose e stranamente "logiche" del film, Julie trova una famiglia di topi nel suo ripostiglio e la stermina con crudeltà, perché quell’immagine di famiglia risveglia in lei ricordi che non riesce a gestire.
Per costringerla a uscire dal suo isolamento Olivier, il giovane assistente di suo marito da tempo innamorato di lei, decide di aiutarla a finire il Concerto per l'Europa, un'opera grandiosa lasciata incompiuta dal compositore morto. Julie riuscirà perfino a portare a termine l'opera che il marito stava scrivendo con il suo aiuto suggerendo il canto per il coro, tratto dall'inno all'amore di S.Paolo nella prima lettera ai Corinzi: "Se anche avessi il dono della profezia e della conoscenza, [...] senza l'amore non sono nulla". Sarà una serie di casi fortuiti a liberare davvero Julie. La donna scopre che il marito aveva un’amante, in attesa di un bambino che l’uomo non conoscerà mai. Questa rivelazione fa tornare Julie alla vita: la donna regala all’amante di suo marito la villa dove viveva con lui e che aveva messo in vendita. Ora, grazie alla donna e al bambino che nascerà, la casa tornerà a essere animata di luce e vita.
Quando ho letto il messaggio nel quale Tom mi raccontava di aver avuto un incidente stradale, mi è mancato un battito del cuore. Oddio. Mi sono bastati pochi attimi per comporre il numero di telefono e pochi prima che lui rispondesse, ma quegli attimi sembravano non voler finire mai. Mentre il telefono squillava, pensavo a quello che poteva essere successo. Non mi aspettavo il peggio, perché il messaggio che mi aveva spedito qualche minuto prima l'aveva scritto sicuramente di suo pugno.
Con il suo italiano scandito in maniera esotica e approssimativa, Tom mi dice che non si è fatto niente e io smetto istantaneamente di preoccuparmi senza motivo. Mentre mi spiega la dinamica del tamponamento a catena sull'autostrada che da Bologna avrebbe dovuto portarlo all'aeroporto di Venezia, gli faccio un torto e mi distraggo pensando alla stranezza della situazione e dei giochi assurdi che ti rinnovano la vita, le prospettive, le percezioni e i sentimenti in men che non si dica. Se gli fosse successo qualcosa il mese scorso non avrei potuto né dovuto preoccuparmi per lui, perché non lo conoscevo. All'improvviso, due storie si legano l'una all'altra senza averlo potuto decidere. Avrebbero potuto incrociarsi nove anni prima, a Trieste, anche soltanto per uno scambio di sguardi o un sorriso durante una festa come tante altre, oppure nel supermercato che entrambi frequentavano.
Un estraneo che ha vissuto a trecento metri di distanza da casa mia a Trieste senza saperlo e che frequentava uno dei miei amici ha avuto un incidente. Un estraneo la cui psiche mi pare di conoscere ogni giorno di più ha distrutto un'auto intestata alla ditta per cui lavora. Un estraneo che per qualche strano motivo è disposto a percorrere un numero discretamente alto di chilometri per incontrarmi ha perso l'aereo. Un estraneo dai colori anglosassoni e dalla vita completamente diversa dalla mia non ha premuto il pedale del freno con solerzia. Un estraneo che non è più un estraneo mi ha parlato delle sue paure e mi ha promesso di sfidare di nuovo i casi della vita soltanto per trascorrere venti ore del prossimo sabato qualunque con me.
Il peso di quattro anni londinesi, la solitudine che ogni tanto mi accorgo prende il sopravvento, la non-voglia di pensare a cosa sarà di me nei prossimi dieci anni e la necessità di doverci invece pensare, lo stress del lavoro, la fatica mentale e fisica di riempirsi la giornata con il maggior numero di cose possibili per dare un senso compiuto alla propria vita, la razionalità così onnipresente da essere diventata un'arma a doppio taglio. Puff. Scompare tutto all'improvviso.
Magicamente e nell'arco di qualche minuto mi scompongo in diecimila sfaccettature diverse e mi faccio prendere da una lista troppo lunga di sentimenti diversissimi tra loro. Il sollievo per l'incidente stradale scampato. La frustrazione per l'incontro non avvenuto, che mi costringerà a congelare i miei sentimenti in un romantico status quo impostomi contro la mia volontà. La vergogna di dover ammettere a me stessa che quasi quasi è meglio così: posso comprare una gonna più carina per il fatidico appuntamento. L'ansia di vedermi costretta a costruire un castello di aspettative troppo alte. La paura che dopo tutto questo gran daffare, sabato vedrà una vanificazione immediata di una serie di sogni infantili.
Ma è davvero questo essere liberi? Certo che no. Voglio la libertà del dolore dei ricordi, dell'emozione, delle tragedie che ti sfiorano ogni due per tre, del destino che non esiste, degli affetti e dei sentimenti più abietti, quelli che mi fanno vergognare di me stessa. Voglio la libertà di sapere che la vita, all'improvviso, può prendermi di sorpresa e fare di me quello che vuole. Voglio la libertà di non poter essere libera
venerdì, maggio 28, 2004
Quel che resta del giorno (The Remains of the Day)
di James Ivory, Regno Unito 1993
Lezioni di inglese
Gli eventi narrati in questo film, dal titolo estremamente suggestivo, si svolgono nell'arco di circa vent'anni. Nel 1939 Mister Stevens, esemplare perfetto del maggiordomo inglese, lavora per Lord Darlington, nella cui villa, immersa nella campagna inglese, si stanno decidendo le sorti della Germania prima della seconda guerra mondiale. Durante un viaggio di piacere, venti anni dopo Stevens rivive con la mente tutti i ricordi di una vita condotta al fedele servizio di un uomo rivelatosi poi agli occhi del mondo uno dei fautori della guerra.
All'epoca, Stevens era orgoglioso di servire la causa di Lord Darlington e solamente dopo molti anni capisce che la fede per il suo datore di lavoro gli è costata parecchio dal punto di vista personale. Nello svolgere il suo rigoroso dovere di maggiordomo, sempre assorto nell'organizzazione delle tante incombenze giornaliere, Stevens ha finito per lasciare da parte gli eventi importanti della sua vita, tra cui la morte del padre e i suoi sentimenti per l'attraente governante di casa. Da parte sua, Miss Kenton è riuscita a manifestare il proprio amore attraverso una serie di discussioni, fino a che non ha lasciato l'impiego per sposare un altro uomo.
Stevens sembra usare la sua dedizione al lavoro come scusa per farsi scivolare addosso le disgrazie della vita. Un meccanismo di difesa molto astuto, che funziona alla perfezione e che può arrivare a cambiare una vita intera. Invece di "penso", con il suo fare misurato il maggiordomo dice "mi vien fatto da pensare"; allo stesso modo, sistema l'argenteria con un righello per essere sicuro che la creatività e l'errore umano non gli rubino neanche un millimetro. Agli occhi di un'italiana come me, il maggiordomo è la quintessenza dell'inglesismo. Un personaggio che più inglese di così non si può in un film che più inglese di così non si può. Impeccabile, cerimonioso, maniacale ma anche incapace di esprimere qualsivoglia sentimento. Al punto di lasciarsi scappare l'occasione sentimentale della sua vita.
Mi piace pensare che migliaia di signori Stevens abbiano incrociato il mio cammino fino a ora, e che tanti altri lo faranno. Deve trattarsi di una strana perversione masochista che mi fa gioire del sentimento di impotenza che mi assale quando trovo impegnativo interagire con altri esseri umani perché non riesco a capirli. Fino a pochi giorni fa non aspettavo altro che la possibilità di crogiolarmi nel mio solitario dolore insieme ai miei amici europei della Spagna e della Francia (quelli veri, continuo a ripetermi).
Pare che i tempi stiano per cambiare; come il vento di Mary Poppins, che la porta nella casa della nuova famiglia a cui farà da governante per poi accompagnarla altrove in un solo soffio. Nelle prossime ore lascerò da parte il solito, patetico atteggiamento. Smetterò di compiacermi stupidamente di quanto lineari, comprensibili, intelligenti ed estroversi siamo noi, cittadini dell'Europa continentale tragicamente strappati a una vita da favola nel paese che ci ha dato i natali, per impegnarmi a decifrare uno dei geroglifici più interessanti che mi siano capitati sottomano da un anno a questa parte.
Omonimo del tizio di cui parlavo nel mio primo post, il geroglifico si chiama Tom e vive in Italia. Ha le fattezze di un vichingo e il cuore morbido e croccante di un bacio perugina. Anche lui, sottratto all'Inghilterra da una scelta come tante altre e per certi versi simile alla mia, vive in un paese nel quale probabilmente non si sente compreso fino in fondo e conduce un'esistenza che lo porta, mi immagino, a rimanere frequentemente stupito dall'atteggiamento delle persone che lo circondano. A differenza della sottoscritta, Tom sembra avere la maturità tutta britannica di non farne una tragedia e di non giudicare le persone così facilmente.
Le differenze culturali non sono un gioco da ragazzi. Almeno, non per me. Questa volta farò del mio meglio. Cercherò di parlare poco e, per contro, ascolterò attentamente. Per ascoltare è probabile che debba fare molte domande, perché mi pare di capire che quest'uomo grande e grosso sia molto timido. Lo farò sentire a suo agio, metterò la museruola al mio senso dell'umorismo spesso becero e un po' sopra le righe, sarò me stessa con qualche piccolissima riserva, per riuscire a essere soltanto la parte migliore di me stessa. Cercherò di ricordarmi cosa bisogna fare per liberare quel poco di femminilità che tendo a tenere ben nascosta e non mi metterò a fare le solite scontate elucubrazioni sulle differenze tra Italia e Inghilterra, che lui sicuramente conosce già e non ha alcun interesse a rivangare.
Bene. La lista è completa, tutto è in ordine. Siamo pronti per la grande impresa. Fino al momento (proprio questo momento, appunto) in cui dico a me stessa: siamo tutti essere umani, no? Piantala. Tranquillizzati. Dà alla persone il credito che si meritano. Non sarà un'impresa così difficile come credi. Per quanto imperturbabile, freddo, preciso, esatto e dedito al lavoro fosse il maggiordomo, Miss Kenton lo sorprende a leggere una romantica e straziante storia d'amore. Mi rendo conto che accomunare Tom a Mister Stevens è assolutamente fuori luogo. Non fosse altro che per il fatto che, se di stereotipi si parla, maggiordomi e vichinghi non hanno un granché in comune.
lunedì, maggio 24, 2004
Il vizietto (La cage aux folles)
di Edouard Molinaro, Francia/Italia 1978
Mi sbaglierò?
Saint Tropez. Renato Baldi vive da molti anni con il francese Albin, conosciuto da tutti come Zazà. I due insieme gestiscono La Cage aux Folles, un night club frequentato da omosessuali, e non nascondono la loro omosessualità, vivendo come marito e moglie. Nel passato dell'italiano c'è stata una relazione eterosessuale dalla quale è nato un figlio, Laurent. Un bel giorno, Laurent annuncia al padre e a Zazà, che in quel vent'anni gli ha fatto da madre, che vuole sposare la ragazza di cui è innamorato. La ragazza, figlia di un importante uomo politico esponente di un partito che si propone di difendere a tutti i costi l'ordine morale, ha presentato Laurent ai suoi genitori come figlio di un diplomatico.
La notizia getta lo scompiglio a casa di Renato e Zazà, che si vedono costretti a spacciarsi per quello che non sono in occasione della visita da parte dei genitori della ragazza. La verità verrà a galla alla fine del film, e il padre della ragazza sarà costretto a travestirsi da donna per sfuggire ai giornalisti.
Gabriel è da tempo uno dei miei migliori amici. Come ogni ossessione che si rispetti, io c'ho quella del migliore amico. Non sarò mai e poi mai d'accordo con le donne che sostengono di trovarsi meglio con amici di sesso maschile, ma l'idea dell'amico maschio ha sempre avuto un certo fascino per me. I casi della vita hanno voluto che nel corso degli anni ne avessi parecchi: grandi amici con cui mi trovavo di un gran bene e ai quali potevo raccontare qualsiasi cosa mi passasse per la testa.
Gabriel è uno di quelli. Peccato che abbia dubbi sulla sua sessualità. Non per farmi i cavoli suoi, ma pensavo che tra persone che si vogliono un gran bene e si frequentano da tempo certe cose si potessero dire, considerando che tra gli amici in comune ci sono numerosi gay e lesbiche. Invece no. Nulla, nisba. Il baldo giovane non si pronuncia. Continuo ad arrovellarmi sulla frase x e l'allusione y e cerco di capire, di interpretare (silenzi, sguardi, sorrisi, gusti, ripensamenti, atteggiamenti). Certe volte ho avuto la netta impressione che flirtasse spudoratamente con me, mentre in altre occasioni avrei messo la mano sul fuoco sul fatto che gli piacciono gli uomini. Per me saperlo è importante; non voglio ferirlo con qualche osservazione poco felice, né mi va di fraintendere alcuni suoi gesti.
Qui in ufficio, più di un collega gay mi ha consigliato di chiederglielo direttamente, senza farmi troppi problemi. Io proprio non ce la faccio. Mi pare una sottile forma di violenza. Perché dovrei costringerlo a dirmi qualcosa che magari non ha voglia di stare a spiegare? Però sulla questione ci ho rimuginato un bel po' e qualche giorno fa, prima di addormentarmi, mi sono intrattenuta in una conversazione fittizia con Gabriel, compilando una lista mentale di tutte le domande senza risposta che vorrei tanto fargli ma che non troverò mai il coraggio di porgli.
Chi entra con prepotenza nelle tue fantasie? Chi si insinua subdolamente nei tuoi sogni? Per chi ti fai bello osservando il tuo riflesso nello specchio dell'armadio di camera tua? Con chi sogni di condividere il tuo talamo? Perché non chiamare le cose con il proprio nome? Non c'è niente di male... non sentirti minacciato. Per me resterai sempre un uomo. Sarà te che cercherò quando mi sento sola; da te verrò quando avrò un bisogno disperato di un abbraccio o una carezza. E proverò il solito sottile piacere di sempre nel tagliarti i capelli a zero. Se qualcosa da capire c'è, capirò; se da tacere c'è, lo farò. Se invece ho sbagliato tutto e non ho capito un bel niente, perdonami.
Mi chiedo: è egoistico da parte mia voler scoprire l'arcano? Mah. Mi sono trovata in situazioni praticamente identiche altre tre volte, quindi ormai ci ho fatto il callo e non mi stupisco più di nulla. Pur continuando a non essere sicura di avere il diritto a sapere. Ma queste sono altre storie, e altri film.
venerdì, maggio 14, 2004
Il bagno turco - Hamam
di Ferzan Ozpetek, Italia/Spagna/Turchia 1997
Bach e le due saune
Francesco e Marta sono sposati e vivono a Roma. Insieme a Paolo, un amico di vecchia data, mandano avanti uno studio di giovani architetti che si occupa di ristrutturazione di interni. Un giorno Francesco riceve dall'ambasciata la notizia che sua zia Anita, trasferitasi ad Istanbul anni prima, alla sua morte gli ha lasciato in eredità un immobile. Una volta giunto in Turchia, Francesco scopre che l’immobile è un hamam, un bagno turco che la zia ha gestito per circa trent'anni, e conosce Osman, custode del bagno, e la sua famiglia (la moglie, la figlia Fusun e il figlio Mehmet).
Francesco vuole vendere tutto e tornare velocemente in Italia. Ospite della famiglia per qualche giorno, entra in contatto con i costumi, le tradizioni e le abitudini del luogo e, leggendo le lettere che Anita spediva a sua madre, comincia a capire le ragioni che convinsero sua zia a scegliere Istanbul, capitale poetica e malinconica. Poco a poco cambia idea, si appassiona all'edificio e decide di ristrutturarlo; il giorno della vendita dell'hamam, Francesco scopre che l’acquirente, una signora molto ricca, ha intenzione di acquistare l’intero isolato per costruirvi un centro commerciale. Francesco decide allora di non vendere, mettendosi contro la potente signora. Dopo qualche tempo a Istanbul arriva Marta, intenzionata a chiarire la situazione e a scoprire quando suo marito tornerà in Italia.
Dopo alcune discussioni con il marito, una sera Marta lo sorprende nel bagno turco mentre bacia Memo, il figlio di Osman. I due hanno un litigio furibondo e decidono di dividersi. La mattina successiva, giorno del ritorno di Marta in Italia, Francesco viene accoltellato a morte dai sicari della ditta di costruzioni che avrebbero voluto acquistare il bagno turco per specularci. Un’infermiera le consegna la fede nuziale di Francesco; Marta la sua l’aveva gettata. La giovane donna pensa di restare a Istanbul per continuare l'opera del marito, sostituendosi alla zia Anita in uno scambio epistolare con Memo, che ha lasciato la capitale.
Ultimamente indugio spesso e volentieri nei piaceri della vita. Mi coccolo, mi prendo cura di me, mi cospargo di creme e cremine e controllo lo stato in cui versano pelle, tessuti, unghie, capelli e tutto il resto. Perché non dovrei? Dopo tutto dicono che volersi bene fa bene alla salute; a quella mentale oltre che a quella fisica. Ieri sera mi sono concessa un massaggio al viso e al collo, più che altro perché mi avevano regalato un buono omaggio.
Con il solito timbro di voce potentissimo, Whitney Houston cantava di voler ballare con qualcuno e faceva compagnia ai miei pensieri mentre, con due fette di cetriolo sugli occhi, mi abbandonavo al piacere del magico massaggio di mezz'ora della ragazza neozelandese che ha avuto la bontà di prendersi cura di me. Porca miseria, le sensazioni che due mignoli mossi ad arte sul viso di qualcuno possono risvegliare... che favola. Un sogno. Ho rischiato di abbioccarmi malamente sul lettino; quasi entravo in fase REM. Per tenermi sveglia, dai movimenti attenti dell'estetista intorno al lettino cercavo di indovinare cosa stesse facendo. Se avessi i soldi per farlo, prenoterei un massaggio settimanale. È indubbio: migliora la qualità della vita.
Da quando ho preso a frequentare la palestra sto imparando a volermi bene ancora più di prima. Le palestre io non le ho mai sopportate, ma avendo smesso di fumare sono dovuta correre ai ripari e ho pensato di affidarmi a una soluzione non troppo drastica: ho scelto una palestra di sole donne in modo da essere al riparo dal fugace ormone maschile dell'uomo palestrato, che non amo particolarmente e rifuggo da una vita.
Sono orgogliosa della mia scelta: ho selezionato proprio un gioiellino. Dall'esterno, l'edificio sembra una casa inglese come tante altre, ma al suo interno cela grandi sorprese. Tanto per cominciare, al piano sotterraneo c'è una piscina proprio delle dimensioni giuste. Eh si, perché non si tratta di una di quelle grandi per andare avanti e indietro facendo una fatica immane. Questa è profonda solo un metro e venti, larga si e no otto e lunga una ventina: niente maniache dello stile libero né ex nuotatrici professioniste ossessionate dalla rana.
Grazie alla mancanza di spazio per riuscire a fare le cose in grande, i proprietari hanno creato una zona magica dove rilassarsi diventa un gioco da ragazzini. Dopo una decina di minuti di immersione con tanto di idromassaggio alle cosce, ieri sera mi tiro fuori dall'acqua, mi concedo una rapida doccia con l'acqua tiepida e mi schiaffo immediatamente in sauna. Ai lati della piscina è possibile scegliere tra Finlandia e Turchia. "My Own Private hamam": molto londinese, moderno e intimo. Niente mattonelle colorate né secchi d'acqua per ristorarsi quando l'umidità diventa impossibile da sopportare. Niente sedili centrali né stanze dalla base rotonda con cupole da sogno. Il mio bagno turco sembra una scatola di plastica bianca. Un po' asettico e sicuramente impersonale, ma quando vivi a Londra te lo fai bastare.
Dopo il massaggio ristoratore, i muscoletti del mio viso non aspettavano altro che una quindicina di minuti di hamam metropolitano al suono della magnifica Aria sulla quarta corda. Stesa sul sedile di plastica bianca, con gli occhi chiusi per scacciare i rivoletti di sudore che scendevano copiosi dalla fronte e le orecchie attente al genio di Bach, per un breve attimo ho creduto di sapere come dev'essere stare in paradiso.
martedì, maggio 11, 2004
Effetto notte (La nuit américaine)
di François Truffaut, Francia/Italia 1974
Metablog
Presso gli studi cinematografici La Victorine di Nizza si sta girando il film Vi presento Pamela, che racconta come la protagonista, giovane ragazza inglese appena sposata con un ragazzo altrettanto giovane, giunta sulla Costa Azzurra si innamora del suocero che, dopo la sua fuga con lei, verrà ucciso dal figlio tradito. L'attrice che interpreta la protagonista non ha potuto terminare le riprese del suo precedente film a causa di un esaurimento nervoso e perciò alla produzione di Vi presento Pamela è stata negata la sua assicurazione; elemento che causa problemi finanziari alla produzione quando la donna è costretta a interrompere le riprese a causa di una ricaduta nella depressione.
Le riprese del film vengono minate da tantissimi problemi: una delle attrici, alcolizzata, non riesce a chiudere una scena molto facile a causa della depressione, che la porta a bere anche sul set. Un'attrice è incinta e il suo personaggio non lo prevede. L'attore Alphonse è geloso della sua donna, Lilian, che dà troppa confidenza a quelli della troupe e finisce per andarsene a Londra con lo stuntman. Dopo la morte di un altro attore, l’assicurazione inglese consiglia di cambiare alcune scene semplificandole, accorciandole e usando una controfigura.
In Effetto Notte si racconta del cinema: la lavorazione di un film, le difficoltà che si incontrano, gli amori che fa nascere, le diverse esigenze e generazioni che mette insieme, l'opportunità che offre di sopravvivere oltre la morte. Grazie alla buona volontà del regista e del produttore e all'impegno del gruppo artistico e tecnico, le riprese si concludono. Nel frattempo, le difficoltà finiscono per legare fortemente i cineasti che però sono costretti, con qualche rimpianto, ad andare ciascuno per la sua strada dopo l'ultimo ciak.
Passeggio per le stradine secondarie del deuxième arrondissement con troppe giacche e maglioni per le temperature primaverili continentali, alzo lo sguardo e vedo uno sbarramento; rallento il passo continuando a camminare e un ragazzo si mette l'indice destro sulla bocca indicandomi di non fare rumore, e poi fa un segno con l'altra mano. Una telecamera che gira. Annuisco per indicare che ho capito e mi viene da sorridere per la felice coincidenza. Camminavo a zonzo, senza una meta precisa, e mi sono imbattuta in qualcosa di davvero interessante. Sono felicemente stupita, soprattutto dopo il grandioso avvenimento della sera prima, quando ho parlato di Napoli con il nipote di Walt Whitman. Che gestisce una libreria di testi (soprattutto) inglesi (Shakespeare & Co.) a venti metri dall'Hotel Esmeralda, dove ho alloggiato, e a duecento dalla cattedrale di Notre Dame.
Facile: quando vedo il trambusto e le comparse in fila, e il cameraman con la testa china sulla telecamera, e i pannelli, e il microfono e tutto il resto, mi vengono in mente il blog ed Effetto notte. Celebrazione del regista del film e di quello del film nel film, che per una volta coincidono. Inno all'amore incondizionato per il mezzo cinematografico. È il cinema che crea e distrugge, il cinema come insieme di tutti gli amori e odi, il cinema come universo interdipendente e totalizzante, tanto che una segretaria arriva a dichiarare: “per un film potrei piantare un uomo, ma per un uomo non pianterei mai un film”. Il regista del film nel film in Effetto notte si lamenta della grande diffusione nelle sale de Il padrino; la scena è stata citata da Moretti nel cortometraggio Il giorno della prima di Close-up, quando discute sulla larga diffusione de Il re leone. Il cinema teatro della vita, con amore, morte, affetto, tradimento, sofferenza, depressione, alcolismo, baci, carezze. Il cinema e la vita. Il cinema è la vita?
Metablog, metacinema: nella stradina dove sono capitata stanno girando la scena di un film. Mi siedo sul muretto di una casa dalle persiane chiuse: è ancora prima mattina, oppure quelli della troupe hanno chiesto ai residenti della strada di non farsi vedere per un po' per permettergli di finire le riprese. I due attori principali escono da un portone. Sono troppo lontana per sentire le battute. Lui ha una cartella in mano: sembra che le stia facendo un'intervista. Le fa delle domande e dopo aver risposto, mentre le comparse, in fila indiana, fanno la loro apparizione davanti alle telecamere e vengono sapientemente gestite dal ragazzo che mi aveva fatto segno di fare silenzio, la protagonista saluta e se ne va, scomparendo dall'inquadratura, mentre la telecamera si sofferma sullo sguardo di lui, che la segue con lo sguardo mentre si allontana.
Rimango ipnotizzata per un'ora, forse più. Mi faccio rapire dalla magica coincidenza, dall'atmosfera di quella stradina e del negozio di piante di fianco al portone dal quale escono gli attori e dall'idea della mia vacanza solitaria mentre, segretamente, spero che all'improvviso abbiano bisogno di un'altra comparsa. Oh, quanto mi piacerebbe. Quando il sole è già alto e credo siano passate forse un paio d'ore, l'entusiasmo della novità è ormai sfumato. Le comparse, spompate dalle continue ripetizioni della stessa scena, chiacchierano tra di loro e mi impediscono di sentire cosa viene detto più in là. Allora imbocco una perpendicolare e vado a catturare il mio riflesso nella Senna. Pubblicità.
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