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giovedì, febbraio 26, 2004
Il senso di Smilla per la neve (Smilla's Feeling for Snow)
di Billie August, Germania/Danimarca/Svezia 1997
Nel Regno Unito non attacca
Isaiah, un bambino groenlandese di sei anni residente a Copenhagen, viene trovato morto dopo essere caduto dal tetto del palazzo dove viveva con sua madre. La polizia archivia subito il caso come un incidente. Dopo la tragica scomparsa del bambino, uno dei pochi individui ai quali era molto legata, una vicina di casa è convinta dalle tracce lasciate nella neve che la situazione non sia così semplice come la polizia crede e decide di fare luce sulle circostanze della morte del bambino.
Smilla Jaspersen, nata in Groenlandia ma trasferitasi in Danimarca alla morte della madre, è un'esperta di ghiaccio e neve e, esaminando le orme lasciate sulla neve da Isaiah, sospetta in realtà un omicidio. La donna sa che il bimbo soffriva di vertigini e viene a scoprire che la madre del piccolo, dalla morte del marito avvenuta per una misteriosa esplosione durante un viaggio di esplorazione in Groenlandia, riceve una pensione di vedova molto generosa da una potente e misteriosa società. Con il solo aiuto dell'indecifrabile inquilino del piano inferiore, affettuoso e balbuziente, che lei stessa continua a chiamare "il meccanico" fino alla fine della vicenda, Smilla riuscirà a scoprire la verità grazie a un viaggio a bordo di una nave che la riporterà in Groenlandia.
Smilla è una donna indipendente e piena di risorse. Groenlandese strappata alla sua terra suo malgrado, è lacerata dal forte contrasto tra la cultura natia e quella adottiva, tra gli spazi infiniti e i ghiacci groenlandesi e gli spazi chiusi nei quali vive adesso. Proprio per questo è un'outsider e conduce un'esistenza molto solitaria. Ha un carattere duro e introverso e sembra essere attratta soltanto da ciò che trasmette un'idea di infinito (la neve e la matematica in particolare). Ha un modo assolutamente peculiare di confrontarsi con gli altri; un fascino scomodo e una personalità misteriosa ma essenzialmente indifesa.
Il senso di Smilla per la neve non lo descriverei come un'opera avvincente: i ritmi sono lenti e la storia non decolla. In soldoni, il film è una schifezza (ma il libro merita di essere letto anche soltanto per conoscere la protagonista).
Ieri e l'altroieri ha nevicato. Niente di eclatante, un'oretta in tutto, e i fiocchi erano piccolissimi. Tutto è cominciato con una grandinata leggera che poi è riuscita ad acquistare quel po' di dignità di cui aveva bisogno per trasformarsi improvvisamente in neve. Smilla dice che in groenlandese esistono più di venti parole diverse per descrivere i fiocchi di neve, a seconda della grandezza e della consistenza. Nonostante sia una Donna del Sud, a me il freddo e la neve piacciono. La neve mi fa impazzire. La prima volta che l'ho vista avevo sette anni. Accecante, da lasciarti spaesata. Che bellezza! Io, abituata al caldo afoso e umido che fa sudare anche quando si è assolutamente immobili e rende molti di noi pericolosamente nervosi, non ci potevo credere: avevo scoperto una dimensione nuova.
Oggi non nevica, ma sono tre giorni che il clima è spettacolare. Non potrei sperare di meglio. C'è il sole, non piove, l'aria è fredda e secca. Ieri sera sono scesa dall'autobus un paio di fermate prima di casa per restituire una videocassetta che avevo noleggiato. C'era ancora un po' di luce.
Mi piace camminare quando l'aria è gelida e ti sferza il viso, ed è così secca che se tieni la bocca socchiusa e tiri dentro aria riesci a dare un nome proprio a ciascuno dei tuoi denti e sei in grado di diagnosticarti anche una carie infinitamente piccola. Quando c'è freddo secco, le mani nelle muffole si riscaldano molto prima. E sono più contente in un paio di muffole dai colori allegri. Le dita si fanno compagnia. Abbasso i comuni e noiosi guanti con tutte le dita. Quando c'è freddo secco le labbra ti si atrofizzano in pochissimi minuti; se c'è un po' di venticello gli occhi ti lacrimano e appena entri in casa gli occhiali ti si appannano. Provi un sentimento di goduria infinito mentre accendi il riscaldamento, tu, sola contro gli elementi naturali. Ti guardi allo specchio e hai la punta del naso rossa, come se avessi sbevazzato cinque o sei bicchieri di vino. Indossi il pigiama il più velocemente possibile e ti infili un affettuoso paio di calzini di lana pura, che con il freddo secco danno più sollievo del più premuroso dei fidanzati. Quando c'è freddo secco risparmi sul fondotinta.
Bianco. Neve, freddo, slitte sul ghiaccio. Freddo, molto freddo, ghiaccio, acqua gelida, foche, silenzio ovunque, calma, echi, niente all'orizzonte, una luce accecante. Silenzio assoluto. Splendido paesaggio glaciale. Groenlandia da mozzare il fiato. Mannaggia, perché nel Regno Unito la neve non attacca?
martedì, febbraio 24, 2004
Il portaborse
di Daniele Luchetti, Italia 1991
C'è poco da dirigere
Luciano Sandulli è un insegnante di lettere anticonformista in un liceo di una non meglio precisata località dell'Italia meridionale. I suoi studenti gli sono affezionati, perché lui li tratta con gentilezza e li ammalia con le sue infinite critiche al Manzoni. Il professore vive nella favolosa e antica villa di famiglia che versa in condizioni disastrose perché il modesto stipendio non gli permette di restaurarla. Per arrotondare le entrate, quindi, si presta a scrivere libri e articoli di fondo a nome di uno scrittore piuttosto conosciuto in piena crisi produttiva. La qualità dei suoi scritti lo fa finire nell'orbita dell'influente ministro Cesare Botero, che è in cerca di qualcuno che gli scriva discorsi, interventi e dichiarazioni pubbliche per rimpiazzare l'anziano, antiquato e inservibile collaboratore.
In un primo momento, Luciano non è convinto della proposta, anche perché la sua ragazza Irene, che insegna a Bergamo, cerca di dissuaderlo, ma finisce per accettare la proposta di Botero e si trasferisce a Roma. All'inizio sembra andare tutto per il meglio. Roma gli piace, così come gli piacciono i suoi colleghi e la casa che li hanno assegnato. Comincia a svolgere il suo lavoro con grande impegno, convinto com'è che il giovane ministro sappia quello che vuole e sia determinato a svecchiare e modernizzare. Ben presto, Luciano diventa del tutto indispensabile per il ministro.
Rullo di tamburi. Ta ta ta ta ta tttta.
Mi hanno promossa. I directors hanno finalmente riconosciuto i miei meriti. Dopo una selezione infinita, con colloqui degni della tradizione di questo incredibile paese, il posto vacante l'hanno dato a me. Dico io, a cosa serve un colloquio di quasi due ore se lavoro in questo posto da tre anni e mezzo, ogni santo giorno della mia vita? Non è che siamo in centinaia. Rilassatevi. Comunque, bando alle ciance. Ce l'ho fatta.
Venerdì sera ero così sfinita da una delle settimane più intense da quando vivo a Londra che non sapevo neanche se gioire o disperarmi. I colleghi mi facevano i complimenti e mi dicevano che sembravo stanca. Eh, si, "I've been quite busy". Vaglielo a spiegare che la maggior parte dell'adrenalina bastarda improvvisamente calata era causata da un incontro misterioso che, come previsto, si è tradotto in un fallimento colossale?
Finalmente posso consolarmi. Perché adesso sono Team Leader. Con due maiuscole, thank you. Cercherò di trattenermi e di non stare a sbrodolare stupidaggini sulle ansie, le paure e sugli "oddio come farò a occuparmi di una squadra di cinque persone". Per ora siedo ancora alla solita scrivania e faccio ancora il mio solito lavoro. Se ne parla tra un paio di settimane. Poi qua non siamo mica in Italia. Ti fanno il training, ti educano al tuo nuovo ruolo, ti assistono.
Torniamo brevemente a Luciano, che piano piano comincia a rendersi conto che c'è qualcosa che non quadra. Il numero di privilegi ai quali ha improvvisamente diritto è davvero spropositato. I compensi extra che gli vengono consegnati da altri dipendenti del ministro, l'accesso a tutte le biblioteche del pianeta, un'automobile personale, il trasferimento della ragazza a Roma e la sua casa che viene inclusa nella lista dei monumenti nazionali e che sarà quindi restaurata a spese dello Stato. Luciano comincia a scoprire i numerosissimi inganni, trucchi e nefandezze che coinvolgono l'amato ministro. Disgustato, decide di rinunciare a tutti i suoi nuovi "diritti", in una inesorabile presa di coscienza della grandissima menzogna di cui, suo malgrado, è divenuto parte.
Anche qui in ufficio non te la mandano a dire. Come capita in parecchie ditte che vogliono fare il grande salto di qualità e darsi un tono, qui fanno le scarpe a cani e porci. Ti fregano senza fare troppi complimenti. Non scendo nei particolari perché sono decisamente noiosi. Si, si, lasciamo stare. Però mi sono insospettita. Che lo sappiano. Una delle domande del colloquio è stata: "Ti rendi conto che in questo tuo nuovo ruolo potresti perdere degli amici?" Io proprio non me l'aspettavo. Che vuol dire? Cioè? Che poi è esattamente la contro-domanda che gli ho fatto io. Si sono messi immediatamente sulla difensiva. "No, era per dire. Nel senso che dovrai prendere decisioni che potrebbero renderti unpopular. Insomma, hai capito".
Non so. Ho capito? E soprattutto: farò la fine di Luciano? Ho accettato un lavoro da portaborse senza saperlo? Sono ineluttabilmente diventata parte dell'establishment, senza alcuna via d'uscita? A me piacciono le minoranze, che sia chiaro, ma non questo tipo di minoranze. Rimarrei tristemente sconcertata se dovessi mai scoprire i soliti inganni, trucchi, ingiustizie, ricatti o varie ed eventuali bastardate dei due magici capi. Non voglio essere strumentalizzata. Neanche in cambio di favori. Non scendo a compromessi. Come aveva detto Scalfaro, "io non ci sto".
Oggi gravitavo per l'ufficio in stato di stanchezza incontrollabile, di quelle da venerdì sera, perché al fine settimana ho fatto di tutto per non riposarmi. E già mi sembrava che le persone mi sorridessero più del solito e che mi guardassero in modo diverso. Sarà una delle mie tante percezioni alterate. Non per altro, ai tempi dell'università mi prendevano in giro alla grande chiamandomi "Wilson psychology" perché sostenevo di riuscire a interpretare ogni minimo movimento di mignolo, ogni battito di ciglia, ogni sguardo e ogni intenzione non esplicitata. Ma questa è un'altra storia.
giovedì, febbraio 19, 2004
Lezioni di piano (The Piano)
di Jane Campion, Australia/Nuova Zelanda/Francia 1993
Diventerò la sex goddess di Harvey
Seconda metà del XIX secolo. Ada, muta dall'età di sei anni, lascia l'Inghilterra con la figlia Flora, frutto di un precedente legame, per andare a sposare in Nuova Zelanda il signor Stewart, un possidente terriero che non ha mai visto. Porta con sé il suo adorato pianoforte, con il quale si esprime appassionatamente ma, quando il suo futuro marito arriva alla spiaggia dove Ada lo attende, si rifiuta di far trasportare lo strumento fino a casa. Al centro della vicenda sta proprio il pianoforte, un oggetto civilizzato immerso in una realtà semplice e primitiva. Prima che scompaia completamente dalla sua vista, Ada guarda disperata la spiaggia e il pianoforte in balia delle acque, persa in uno struggimento romantico indimenticabile in una delle immagini più affascinanti che mi ricordi. Privata della sua voce e dello strumento che, a sua insaputa, dopo essere stato per anni la voce del suo silenzio diventerà il simbolo del suo ritorno alla vita, Ada renderà la vita molto difficile al marito.
George Baines, un inglese che ha scelto di isolarsi dalla comunità europea locale e vive a stretto contatto con i Maori, propone a Stewart di cedergli un suo terreno in cambio dello strumento e di lezioni di piano impartite da sua moglie. Attratto fortemente da Ada, invece di studiare preferisce guardarla suonare come rapito da un'estasi e le propone un accordo: deve permettergli di fare delle cose in cambio di un certo numero di tasti ("solo quelli neri", si affretta a precisare Ada). Una volta finiti i tasti, Ada potrà riprendersi il pianoforte. La donna accetta e tra i due nasce una sottile schermaglia erotica alla quale lei cerca inizialmente di sottrarsi. Tuttavia, Ada finisce con l'agire da involontario oggetto del desiderio sessuale e amoroso di Baines. Finalmente, cede alle avances di Baines, ma suo marito li scopre e la imprigiona in casa. Senza perdersi d'animo, Ada incide su un tasto del piano un messaggio d'amore per Baines e lo consegna a Flora, ma sua figlia lo porta al patrigno che, accecato dalla gelosia, taglia un dito ad Ada con un'accetta ("Ti ho tarpato le ali", dice Stewart).
Stewart si pente e permette alla moglie di partire con Baines, Flora e il pianoforte. Durante il trasferimento in piroga, Ada ordina inaspettatamente di gettare lo strumento in mare. Di sua spontanea volontà, mette un piede in un nodo e viene trascinata in mare insieme al pianoforte, ma un improvviso desiderio di "scegliere la vita" la porta a liberarsi e tornare a galla. Si costruirà una vita normale, ma una fantasia di morte continuerà a vivere nei suoi pensieri: si immaginerà fluttuante come una sirena, adagiata sul suo pianoforte in fondo al mare.
Non so quante volte ho visto Lezioni di piano. In italiano, in inglese, in italiano con sottotitoli inglesi, in inglese con sottotili italiani (o spagnoli). Lo so a memoria. Sono arrivata al punto di citarlo nei miei sogni. Ada è muta e io ho fatto una tesi di laurea sulla lingua dei segni. Ada suona il piano e io ho studiato pianoforte quando ero piccola piccola. Fortuna che a me nessuno mi ha menomata. Oltretutto, Lezioni di piano ha segnato l'inizio di un cambiamento clamoroso dei miei gusti quanto a uomini. Nel periodo in cui uscì il film, ero una sbarbatella con scarsissima cognizione di causa sul mondo maschile. Sognavo Brad Pitt e amavo il fascino etereo dei biondini con la faccia da bambino innocente. Nasini piccoli e all'insù, bocca a forma di cuore, pochi peli e via dicendo. Chissà. Forse perché i tipi eterei non mi sembravano eccessivamente minacciosi? Non era un periodo particolarmente felice: anni prima sognavo Pierre Cosso e il cantante degli A-Ha. Qualche anno dopo, per quanto mi costi ammetterlo, avrei sognato i Take That.
Finché il mio mondo interiore non fu totalmente sconvolto da Harvey Keitel. L'avevo visto in Taxi Driver ma non l'avevo notato, camuffato com'era da quell'oscena pettinatura. Harvey Keitel che interpretava un uomo bassino, per niente bello, avanti con gli anni, senza gel nei capelli né dopobarba al sandalo sulle guance, scorbutico, troppo silenzioso, con un nasone enorme tempestato da tatuaggi Maori e una pancia sfoggiata con orgoglio, con i capelli untini e quant'altro. Baines non parla molto, ma riesce a trasmettere una sensazione di grande autorevolezza; guarda questa donna con un misto di sentimenti che definire intriganti è un understatement (desiderio, dolcezza, rabbia, disperazione); è sicuro di sé senza nascondere le sue debolezze; è l'unico a sentire la voce di Ada, l'enorme passione con la quale suona il pianoforte; la vuole e non si vergogna di ammetterlo, ma capisce che averla non gli interessa se lei non condivide gli stessi sentimenti.
Chi ha visto il film probabilmente ricorderà la scena piacevolmente morbosa in cui Baines, completamente nudo, passa la sua camicia bianca sul pianoforte, come a volerlo spolverare o come se, attraverso il pianoforte, stesse toccando Ada. Ricordo il timore che con un altro passo intorno al pianoforte, che copriva l'essenzizale, non ci sarebbe stato niente altro da nascondere. Altro che Brad Pitt. La sensualità fatta persona.
Immaginatevi l'invidia che ho potuto provare qualche anno dopo, quando una delle professoresse all'università mi aveva raccontato di una sua collega che aveva fatto da interprete personale al Signor Keitel durante il Festival del Cinema di Venezia. Immaginatevi cosa non abbia potuto pensare quando avevo sentito che dopo tre giorni di assoluta professionalità da parte di entrambi, il Signor Keitel l'aveva piacevolmente sorpresa in una delle situazioni più tipiche (non ricordo se fosse l'ascensore o il corridoio dell'albergo) e le aveva regalato una notte da scrivere negli annali.
Con il passare degli anni mi accorgo di guardare le cose più strane di un uomo. Da un po' di tempo ho preso a fissarmi sui particolari. Cose minuscole che mi colpiscono. Le parti vulnerabili. Le pieghe del polso (quelle vicine ai tendini). Il battito del cuore sulla giugulare. Il modo di riavviarsi i capelli. I gesti fatti inconsapevolmente in una situazione difficile. La ricrescita della barba. Le rughe sulle dita, perché spesso raccontano storie.
Il mare in tempesta, cupo e minaccioso, i motivi intensi, struggenti e ipnotici suonati da Ada. Che voglia di struggimento romantico. Che voglia di riprendere a suonare il pianoforte. Che voglia di romanticismo letterario. Venite a me, uomini dalle mani che raccontano storie: andiamo tutti in Nuova Zelanda a suonare il piano. Che importa se quando piove il terreno è fangoso?
"There is a silence where hath been no sound
There is a silence where no sound may be
In the cold grave, under the deep, deep sea."
(Thomas Hood)
venerdì, febbraio 13, 2004
La moglie del soldato (The Crying Game)
di Neil Jordan, Regno Unito 1992
Domande senza risposte
Tra Fergus, un volontario che collabora con l'IRA, e Jody, un soldato britannico rapito dall'organizzazione, nasce una bella amicizia. L'ostaggio è tenuto prigioniero in una zona boscosa reclusissima e viene controllato da un gruppo di persone (tra cui Fergus) e la sua sorte è legata al liberamento di alcuni prigionieri dell'IRA. Quando il destino di Jody sembra ormai essere segnato, Fergus scappa a Londra e si mette alla ricerca della ragazza di Jody, una parrucchiera di nome Dil. Una volta capito che sarebbe morto, Jody aveva mostrato a Fergus una foto della ragazza e gli aveva chiesto di cercarla.
I due cominciano a vedersi senza sapere che si stanno nascondendo due grandi verità a vicenda. Dil non sa che Fergus ha conosciuto il suo ragazzo, né del suo coinvolgimento con l'IRA, ma anche Fergus ignora una cosa estremamente importante che Dil gli ha taciuto. La parte più avvincente del film è quella in cui viene sviluppato il rapporto tra questi due personaggi. Rapporto che diventa una sorta di partita a scacchi dei sentimenti, perché le sue sorti non sembrano essere mai certe e perché, per avere un senso, la relazione deve riuscire a sopravvivere a una rivelazione dopo l'altra.
La moglie del soldato ti coinvolge completamente nella storia per poi rivelare, con una delle sorprese più forti e inaspettate che abbia mai visto in un film, che la pellicola in realtà affronta tutt'altro argomento. Che alla fin fine il terrorismo non è che c'entri un granché. E che lo spettatore è stato fregato, proprio come succede a Dil e Fergus.
Una delle battute che mi piacciono di più la dice un barista a Fergus: "Chi conosce i segreti del cuore?" La moglie del soldato ti costringe a pensarci su, perché l'odissea spirituale del protagonista lo porta all'incontro con l'amore dopo che tutte le sue idee preconcette su verità, giustizia, dovere, lealtà e sesso vengono mandate all'aria. Pensavo ai magici misteri della personalità umana. Pensavo alle numerosissime combinazioni neuronali che inducono le scelte che, a loro volta, danno forma alla vita e all'anima di ognuno. Soprattutto, però, pensavo a ciò che siamo davvero e a ciò che mostriamo agli altri. Pensavo, per andare nello specifico con una delle mie amatissime liste,
1) a come ci percepiscono gli altri
2) a come vorremmo che ci percepissero
3) a come pensiamo che ci percepiscano
4) a come pensano che noi pensiamo che ci percepiscano
È possibile razionalizzare fino a livelli semplicemente improponibili e pretendere cifre? Numeri? Percentuali, per esempio? In che percentuale viene fuori il nostro io? Fifty-fifty? Dipende davvero dalla persona con cui si ha a che fare? Se così fosse, qual è la logica dietro la quale mostriamo di più a Gino e di meno a Pino? Se fossimo decisamente più "veri" con Gino per un motivo ics non meglio specificato, vorrebbe dire che perderemmo l'occasione di scoprire, per esempio, che Pino è un nostro potenziale amico per la vita? Mah, lasciamo perdere Gino e Pino che mi sa che è meglio.
1) come mi percepiscono gil altri
Mi dicono che in certe situazioni, soprattutto quelle da acchiappanza, sono un po' aggressiva. Sia con Gino che con Pino. Probabilmente voglio mettere le cose in chiaro: che nessuno si aspetti una grazia da me. Per conquistare il mio interesse, la mia amicizia o chi per loro bisogna totalizzare un punteggio più che sufficiente nella mia dettagliatissima scala di valori. Ovviamente un punteggio in percentuale, che mi piace di più. Mi dicono perfino che prima dell'attacco – verbale; non fraintendiamoci – gonfio le narici come un bue. Però pare che alcuni mi ammirino moltissimo. Proprio quelli che hanno la percentuale più alta nelle mie infinite liste.
2) come vorrei che mi percepissero
Come una donna con le palle. Che per me significa acuta e intelligente, ma femmina. Quindi, seguendo lo stereotipo maschile, confusa e dolcemente incoerente. Un po' remissiva, probabilmente, ma senza essere passiva e senza midollo. In poche parole: femminile.
3) come penso che mi percepiscano
Facile: come una mezza sfigata. Imbranata, inconcludente, troppo autoironica, non particolarmente sicura delle proprie affermazioni, caciarona e un po' invadente, permalosa, vendicativa, invidiosa.
4) come pensano che io penso che mi percepiscano
Non si pongono assolutamente questo tipo di domanda perché sono sani di mente. È tutto frutto del mio cervello malato.
I dilemmi rimangono dilemmi, i dubbi si moltiplicano giorno dopo giorno. Quando la situazione diventa impossibile da gestire, consulto questa lista e cerco di spuntare il maggior numero di voci possibile.
a) ricordati di non essere aggressiva
b) ricordati di non essere aggressiva
c) ricordati di non essere aggressiva
d) ricordati di non essere aggressiva
e) ricordati di non essere aggressiva
martedì, febbraio 10, 2004
Breve film sull'amore (Krotki film o milosci)
di Krzysztof Kieslowski, Polonia 1987
Voyeurismo telematico
Breve film sull'amore è il secondo degli episodi del Decalogo di Kieslowski a essere trasformato in un film vero e proprio. La bellissima analisi del canovaccio emotivo che intreccia irrimediabilmente amore, lussuria e ossessione sessuale viene portata avanti con una full immersion nella psiche dei due personaggi principali: un giovane diciannovenne (Tomek) e la donna che diventa l'oggetto dei suoi desideri (Magda). Il film è un capolavoro. Una dissezione riuscitissima e profondissima delle dinamiche di un'emozione che ti fa pensare se esista sul serio, l'amore romantico: un'attrazione e un interesse così profondi e innocenti che il sesso diventa una distrazione non necessaria.
Il diciannovenne Tomek sistema il telescopio sulla scrivania, di fronte alla finestra della sua camera da letto, per osservare quello che succede in uno degli appartamenti del palazzo di fronte, dove vive Magda, una bella donna più grande di lui. Durante le prime scene del film ci si fa l'idea che il ragazzo osservi la donna per soddisfare un desiderio puramente carnale; dopo poco, però, ci si rende conto che è tutto più complicato, perché Tomek la guarda anche in momenti assolutamente normali nella loro banalità (mentre prende il latte dal frigorifero, per dirne una) e distoglie lo sguardo indagatore quando Magda si spoglia o quando fa sesso.
Stufo di non interagire con Magda, Tomek comincia a fare di tutto per vederla da vicino o parlarle. Finalmente i due escono insieme ma, dopo averlo invitato nel suo appartamento, Magda distrugge i sogni del giovane con un atteggiamento aggressivo e insensibile. Il ragazzo tenta il suicidio. Durante il ricovero in ospedale, è Magda a diventare ossessionata da Tomek. Si informa sui suoi amici, sul tipo di vita che il ragazzo conduceva prima del tentativo di suicidio, e comincia a osservare la camera del giovane con un cannocchiale. Ironia della sorte, l'oggetto del voyeurista si trasforma nel voyeurista stesso, l'amata nell'amante. Alla fine del film non si capisce se Magda si sia finalmente innamorata di Tomek, ma il suo fortissimo senso di colpa e il desiderio che il giovane riacquisti la sua innocenza (e, magari, che continui a spiarla con il telescopio) sono più che ovvi.
Non mi sono mai tagliata i polsi per amore o desiderio e non prevedo di farlo in futuro, ma il telescopio, onnipresente nel corso del film, mi ha finalmente dato la certezza di avere un desiderio. Sarei disposta a pagare per poter piazzare una webcam magica che nessuno può disattivare e riuscire a vedere i miei amici telematici senza che se ne accorgano. Io ho bisogno di sapere. Dell'ambiguità della parola scritta e del detto-non detto non me ne faccio niente, a lungo termine. Voglio sapere.
Scorgere le espressioni sul loro viso,
scoprire se si mettono le dita nel naso,
sentire la loro voce,
dare una prosodia alle frasi tippettate e spedite nell'etere con un clic,
capire cosa li spinge ad affermare una determinata cosa,
rendermi conto di ogni minimo tic,
osservare la persona in un contesto sociale,
vedere tutti i punti neri di tutti i nasi,
[...]
Il problema è che, se è pur vero che una fotografia può aiutare, non è sempre detto che lo faccia. Certe volte può peggiorare le cose. Per quanto mi riguarda, ultimamente mi pare che le foto mi istillino ulteriori dubbi. Perché poi uno guarda:
l'abbigliamento,
la postura o la totale assenza della stessa,
il colore dei denti,
le altre persone nella fotografia,
gli oggetti nella fotografia,
i particolari decisamente trascurabili (peli del naso, colore dei capelli, tipo di orecchini, etc.)
il luogo dello scatto,
la forma delle mani,
[...]
Mi rendo perfettamente conto del mio delirio mattutino. E continuo a essere convinta di aver ragione. Perché questo delirio? Perché la gente bisognerebbe incontrarla, ecco perché. Non voglio sminuire gli enormi stimoli che possono derivare da un'amicizia telematica particolarmente felice. Lungi da me. Dico solo che c'è del magico nell'avere la possibilità di
ascoltare una voce dal vivo,
guardarsi negli occhi,
scoppiare a ridere all'unisono,
dare intonazioni inaspettate alla propria voce,
vedere denti gialli e sbattersene,
memorizzare le movenze degli altri e mostrare le proprie,
cementare un'amicizia con un'intesa in cui le parole non contano,
sgranare gli occhi profusamente,
[...]
giovedì, febbraio 05, 2004
Leningrad Cowboys Go America
di Aki Kaurismaki, Finlandia/Svezia 1989
Intifada e make up
Finlandia. A una band siberiana alquanto scadente che suona musica popolare viene consigliato di cercare fortuna in America dove, a quanto pare, "ascoltano di tutto". I Leningrad Cowboys impacchettano tutto, anche il loro bassista morto congelato a causa di una notte di troppo nella tundra e conservato sotto ghiaccio in una bara, e partono alla volta del nuovo continente. Per non perdere tempo, imparano l'inglese a bordo dell'aereo. Li accompagnano il manager Vladimir, padre padrone, e li segue di nascosto Igor, una specie di scemo del villaggio.
I Leningrad Cowboys subiscono passivamente le angherie del manager Vladimir, che li tiene a stecchetto con una dieta a base di cipolle rigorosamente crude e nasconde le birre per sé nella cassa del morto. Il gruppo attraversa l'America e i generi musicali con una Cadillac acquistata, in una scena leggendaria, dal venditore di auto usate Jim Jarmusch. Dopo una serie di insuccessi fenomenali e di esibizioni più che modeste in baretti tristissimi della provincia americana più becera, vengono ingaggiati per qualche festa di matrimonio in Messico e si mettono in viaggio per raggiungerlo: piazzano la bara sul portapacchi, un paio di poltrone all'interno della vettura e partono alla volta del profondo sud. In Messico, per fortuna, li aspetta il successo e un'incredibile sorpresa: il loro amico morto resusciterà bevendo tequila.
L'umorismo (nordico, forse?) è originale, surreale. Non tale da farti morire dalle risate, ma tale da lasciarti spiazzato con la sua glacialità un po' laconica e i suoi ritmi troppo lenti per scatenare risate memorabili. Tra i particolari degni di nota, l'abbigliamento dei Leningrad Cowboys. Tutto rigorosamente nero. Occhiali da sole stile Blues Brothers, scarpe dalla punta incredibilmente allungata e arrotolata su se stessa, ciuffo di capelli stile unicorno. Anche io ho fatto parte di un gruppo musicale e anche noi ci vestivamo di nero. Anche sulla capigliatura davamo filo da torcere.
Dopo una delle solite bevute colossali durante uno dei soliti fine settimana da distruzione studentesca ci ritrovammo, come spesso facevamo, a casa nostra con altri amici. Che ci raccontarono del Festival della Canzone Triestina, una leggendaria competizione annuale che vedeva in lizza cantanti professionisti, semi-professionisti e non professionisti per niente. Le esibizioni erano tutte rigorosamente in triestino. Con la creatività e l'acume che ci contraddistingueva, venimmo fuori con un'idea per il testo e due nostri amici ci aiutarono con la traduzione in triestino. Il giorno dopo, in un paio d'ore, uno di questi amici creò una melodia dalla semplicità disarmante ma dall'efficacia garantita. Ce la facemmo per un pelo a iscriverci.
Cinque ragazze, solo una triestina tra loro: era nato Il resto d'Italia. Noi ovviamente eravamo gongolanti. Anche perché si cantava in playback e quindi lo spettacolo non ci preoccupava più di tanto. Dopo una veloce sessione in sala di registrazione (un pomeriggio e via, o la va o la spacca, perché i soldi erano pochi) e qualche settimana di attesa, arrivò la serata dell'esibizione. Proprio allora ci rendemmo conto che in effetti un po' di tensione l'esibizione ce la procurava. Teatro Rossetti, settecentononsoquanti posti a sedere, tutto esaurito, amici, parenti, fidanzati, spasimanti e spasimati.
Fummo esperte strateghe: per enfatizzare l'idea di coesione del gruppo, avevamo deciso di vestirci tutte di nero; per conquistare i voti del pubblico, costituito per la maggior parte da ultrasessantenni, avevamo pensato a un look che rivelasse qualcosa ma non troppo. Due di noi avevano incontrato dei tizi intenti nell'atto di consumare droghe leggere e senza fare troppi complimenti avevano chiesto loro di assaggiare, spiegando che erano tese per uno spettacolo che le vedeva protagoniste. Poi, tutte e cinque avevano dato una bella botta alle due bottiglie di Jack Daniels nei camerini, una mezz'oretta prima di salire sul palco. Il risultato? Eravamo completamente sfatte e ubriache.
I ricordi sono un po' annebbiati, ma mi sovviene che una di noi continuava a ripetere che per il palcoscenico bisogna truccarsi più del normale, perché le luci di scena sono cattive e traditrici. Risultato: eravamo truccate come battone. Sul serio. Quel pomeriggio eravamo andate tutte da Jean Luis David per la piega. Ci avevano sfigurate. Al tempo avevamo tutte i capelli lunghi e quegli stronzi si erano divertiti, e giù a cotonare. Cinque criniere di leone. Quando riesco a recuperarla, pubblico una foto a riprova di quanto detto. Promesso.
Cominciavamo a preoccuparci, perché l'esibizione ricordava lo stile dei Take That, cioè cantare (più o meno) e ballare (più o meno). Una serie di coreografie che prevedevano la perfetta coordinazione tra tutte noi ci rendeva la vita difficile. A complicarcela ancora di più, cinque personaggi che davano vita al testo della canzone con grandi e continue entrate e uscite. Per dirla in poche parole, un gran casino. Oltre tutto, nei camerini una telecamera era costantemente puntata su di noi e c'era chi evitava di farsi riprendere o fotografare coprendosi la testa con una sciarpa di tweed e ricordando a tutti che apparteneva all'Intifada.
Nonostante il velato razzismo di un paio di versi dove dicevamo di un "furlano" che "spusava e iera onto" (puzzava ed era unto) e nonostante l'abuso di alcol e droghe (leggere), li conquistammo tutti. Alla fine della canzone ci fu un applauso incredibile, forse anche una standing ovation, chissà, e arrivammo seconde. Alcuni signori del pubblico ci dissero perfino che pensavano ci fossero stati brogli durante la votazione del pubblico e che noi meritavamo la vittoria assoluta. Il giorno dopo eravamo su Rai Tre. Dopo qualche tempo, un'altra esibizione al Circolo Sottoufficiali e anche una trasmissione radiofonica.
La nostra sfolgorante carriera canora si fermò più o meno lì. Però, che successone. Che soddisfazione. Mi pento soltanto di non essermi procurata la videocassetta. Ho perso anche il nastro con la canzone. Dovrei darmi da fare per recuperarle.
Udite udite:
Il gruppo dei Leningrad Cowboys esiste veramente e i personaggi del film interpretano se stessi.
domenica, febbraio 01, 2004
Festen
di Thomas Vinterberg, Danimarca 1998
Lezioni di lingua inglese
La festa per il sessantesimo compleanno del patriarca di una famiglia della borghesia danese, Helge, porta alla luce oscuri segreti, intrighi, rivalità sopite e soprattutto scioccanti rivelazioni che altereranno le relazioni tra i personaggi del film.
Helge invita figli, parenti e amici alla grande festa. Ha tre figli: Christian, un ragazzo tranquillo e dall'indole un po' passiva; Michael, l'esatto opposto, ovvero un uomo privo di sensibilità, aggressivo e prevaricatore che beve come una spugna, terrorizza sua moglie e maltratta chiunque non gli dia ragione; Helene, personaggio che nasconde (malamente) una tristezza endemica e mostra grande instabilità emotiva. Sulla cena incombe la non-presenza di Linda, quarta figlia nonché sorella gemella di Christian, che si è suicidata qualche tempo prima. Il motivo di questa azione e le sue ripercussioni costituiscono la base degli eventi che si svilupperanno durante le ventiquattro ore raccontate dal film.
La cena inizia in grande stile e pare che proceda tutto per il meglio: zuppa d'aragosta, cosciotto di daino, contorni. Nel corso della cena, gli invitati prendono la parola a turno per tessere le lodi del capofamiglia. Finché Christian fa scoppiare la bomba con un'accusa fortissima e completamente inaspettata a suo padre e la verità viene lentamente a galla. Minuto dopo minuto sei messo di fronte alla violenza inaudita consumata tra le pareti di quella stessa bellissima casa parecchi anni prima. Una violenza che ha fortemente scalfito la personalità di tutti i figli e finalmente viene portata allo scoperto.
Vado matta per le vacanze di Natale. Anni fa era davvero un sogno. Mia madre è marchigiana, e per le vacanze natalizie si partiva tutti alla volta di Macerata. Mamma ha una famiglia abbastanza grande: quattro fratelli maschi, tutti con famiglia a carico. Due vivono nelle Marche, gli altri due si sono stabiliti a Roma e Milano. E poi ci siamo noi, nel profondo sud. Si partiva in quarta, carichi di mozzarelle, provoloni e una lunga serie di agrumi (limoni, pompelmi e mandarini cinesi), pronti per l'annuale avventura natalizia. Noi e quelli di Roma si dormiva tutti ingolfatissimi in casa di mia nonna, nel piccolo appartamento dove hanno visto la luce e sono cresciuti mamma e tutti i suoi fratelli. Con gli stessi letti, gli stessi armadi e perfino le stesse vettovaglie. Riuscivamo a starci in dodici.
Dieci anni fa ci fu un litigone colossale, di quelli che succedono nelle migliori famiglie. Iniziò tutto per una stupidaggine e, temo, per colpa mia, che cercavo di far capire a uno dei miei saccenti cugini romani che la 't' inglese è palatale e ricorda solo da lontano quella dell'italiano. Non che fosse una questione di vita o di morte. Però lui mi prendeva in giro e io sono sempre stata parecchio suscettibile. Da lì io uscii di scena e gli altri passarono a parlare degli Stati Uniti e poi di mio padre, che avrebbe contribuito a sprecare il talento musicale di mio fratello e poi, in men che non si dica, di politica.
Non scendo nei particolari perché un po' mi fa male; penso che se avessi chiuso quella boccaccia e mi fossi lasciata prendere in giro non sarebbe successo niente. Mi sento responsabile ma senza volerlo. Per farla breve, da allora cambiò tutto. Nonna se ne andò poco dopo e con lei se ne andò la tradizione natalizia, aiutata dal clima gelido di quel pomeriggio di dicembre. Certo, alcune coppie o terzetti di fratelli sono rimasti legati ma non è più come quegli anni, quando si cenava in ventisette la sera della vigilia. A turno, perché non si entrava tutti nella stessa stanza. Io ero assegnata al "tavolo dei piccoli" che avevo più di venti anni. Si andava d'accordo pur essendo perfettamente consci delle grandi differenze tra tutti noi e del fatto che prima o poi avremmo preso ognuno la propria strada.
Come tutti i film che aderiscono al manifesto Dogme 95 anche Festen, il primo della serie, ricorda un filmato amatoriale. È girato con una macchina da presa a mano e suono e luce naturali e sortisce il magico effetto di farti sentire parte dell'azione. Un osservatore impotente seduto al tavolo con tutti gli altri commensali che guarda e ascolta ciò che succede ma non può intervenire. Un po' come mi sentivo io quel pomeriggio. I personaggi sembrano più veri e le loro azioni assumono un'importanza che non avrebbero se l'ambientazione fosse meno intima. La macchina da presa che oscilla di continuo insieme alla trama accresce il malessere dello spettatore. Ricordo che quando andammo al cinema a vedere La voce delle onde, altro film di Dogme 95, Elvira se la passò malissimo, si sentì male e dovette scappare in bagno per vomitare. Ma questo è un altro film.
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