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mercoledì, dicembre 31, 2003
La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life)
di Frank Capra, USA 1946
Attesa uggiosa
Cresciuto nel paesino di Bedford Falls, George Bailey aveva deciso di partire per il mondo e cambiare la sua vita quando suo padre morì e lui si trovò a doversi occupare dell’attività di famiglia. Ma adesso è sull’orlo della bancarotta e sta pensando di farla finita. Il giorno della vigilia di Natale, mentre George sta per lanciarsi da un ponte, viene inviato sulla terra l’angelo Clarence, che ha il compito di cercare di dissuadere l’uomo dal tentativo di suicidio per guadagnarsi un paio di ali. L’angelo gli fa vedere cosa sarebbero diventati il suo paese, la sua famiglia e i suoi amici se lui non fosse mai nato. George si rende conto di essere importante per un gran numero di persone e riacquista la voglia di vivere.
Il Capodanno a me proprio non piace. Sono seduta al computer e già penso con una certa inquietudine alla cena di questa sera. Le uniche due cose per le quali vale la pena farsi forza sono la famiggghia e i gamberi imperiali alla griglia. La voglia di festeggiare è pressoché inesistente, e la poca che c’è sembra diminuire di anno in anno. Dico io, ma chi l’ha deciso che ci tocca festeggiare la fine di un anno vecchio e l’inizio di uno nuovo? Vi pare logico? Festeggiare il tempo che passa è un controsenso bello e buono.
Tanti capodanni li ho passati in casa degli amici dei miei fratelli, trattata un po’ da mocciosetta perché ero poco più di una bambina e loro si atteggiavano a grandi uomini (beh, in effetti parecchi amici avevano già un figlio o due). Mi ricordo i cattivissimi “fuochi dentifricio” del selvaggio, vicino di casa di Giovanni, grande amico dei miei fratelloni. Faceva a gara di botti con quello che abitava di fronte. E io me la facevo sotto e speravo che le prese per culo di Giovanni e compagnia non istigassero il selvaggio a buttare i cavolo di botti pure sul nostro balcone.
Quando ero all’università e vivevo fuori, mi sentivo un po’ quella grande che c’ha la sua vita e concede la grazia ai suoi tornando all’ovile per Natale e trascorrendo le feste comandate con loro. Quindi mezzanotte a casa, ma all’una circa, quando il traffico e il casino si erano già calmati, si usciva per festeggiare fino a mattina inoltrata.
Chissà il 2004… Branco dice che i pesci se la passeranno alla grande, ma Sirio consiglia di stare attenti da aprile a luglio. O era agosto? Piove quasi da tre giorni di fila e mi sento un po’ uggiosa, perciò La vita è meravigliosa mi pare più che adatto all’occasione. Un film all’insegna dell’ottimismo e della gioia di vivere che, guarda caso, casca a fagiuolo con il periodo natalizio. Non che Capra sia solo ottimismo e gioia di vivere. Sarebbe troppo semplice. Però aiutare, aiuta. Ricordiamoci che non siamo soli, anche quando pensiamo di esserlo, che c’è sempre qualcuno che pensa a noi con amore, che non siamo inutili come pensiamo, che l’importante è volersi bene, che bla, bla, bla.
E spariamoci la citazione dal film:
“Every time a bell rings, an angel gets his wings.”
martedì, dicembre 30, 2003
Mangiare, bere, uomo, donna (Yinshi Nan Nu)
di Ang Lee, USA/Taiwan 1994
La pentola e il cucchiaio
Chu, vedovo, è un celebre cuoco che vive nella moderna Taipei insieme alle sue tre figlie: Jia-Jien, professoressa repressa che insegna chimica e fervente cristiana battista, che dopo anni e anni continua a essere innamorata del suo ex ragazzo, Jia-Chien, manager in carriera impiegata in una compagnia aerea taiwanese, e Jia-Ning, studentessa che lavora in un fast food e si sostituisce alla sua amica Rachel nel cuore del ragazzo di quest’ultima, che si sente trascurato dalla sua metà. Le tre figlie apprezzano i raffinati pranzi domenicali preparati dal padre con dedizione meticolosa, ma ognuna di loro prima o poi finirà per essere in combutta con il vecchio mondo rappresentato dal padre.
Mangiare, bere, uomo, donna parla del conflitto tra due generazioni, del mondo moderno che si contrappone a una cultura antica. È facile da capire. Fin dai primi minuti, quando le immagini di un incrocio trafficato e frenetico si alternano a quelle degli antichi gesti del padre di famiglia che cucina. Le figlie di Chu sono la generazione in piena trasformazione: la maggiore si è convertita al cristianesimo, alla seconda tocca scontrarsi con le insidie di un sistema economico spietato e il lavoro della terza, che si guadagna qualche soldo in un fast food, è in piena contrapposizione con la figura del padre, che attinge linfa vitale dall’arte e dalla tradizione gastronomica della sua cultura.
Il capofamiglia cerca di mantenere un atteggiamento distaccato per nascondere il suo disagio interiore e comunica con le figlie soprattutto grazie alle sue spettacolari pietanze. Emblema del suo profondo disagio è la perdita del senso del gusto e quindi della capacità di assaggiare i piatti che lui stesso. Nella parte finale del film, grazie ai cibi preparati dalla secondogenita, alla quale ha cercato di trasmettere il suo talento culinario, Chu riacquista l'uso delle papille gustative e ripensa alle cose che gli cucinava sua moglie.
Ho pochi ricordi della mia infanzia. Tendo a ricordare poco o niente del passato e cerco di giustificarlo pietosamente con l’illusione di avere un’ottima memoria a breve termine che nella mia testolina bacata si sarebbe quasi interamente sostituita a quella a lungo termine. Si tratta di una mia autorevole teoria pseudo-scientifica molto pseudo e per niente scientifica che cerco di vendere a cani e porci. Dicevo che ho pochi ricordi di quando ero piccola, ma molti sono legati agli odori della cucina. Forse perché, a ragione, giuro, mi vanto di avere un senso dell’olfatto molto sviluppato. Ma questa è un’altra storia e ve la racconto con un altro film.
Sono stata baciata dalla fortuna perché ho vissuto la maggior parte della mia infanzia in una casa con una cucina-salotto davvero grande, dove potevi vivere tutte le ore della giornata perché c’era spazio per fare qualsiasi cosa. Dio che belle le cucine gigantesche. Uno dei momenti di gioia più smisurata era quello della pulizia della pentola della crema pasticcera. Mamma non era una tipa da merendine. Aveva tempo da dedicarci e quindi si scatenava con la cucina. Invece delle camille del Mulino Bianco, che di tanto in tanto qualche compagna di scuola premurosa mi portava da casa sua, crema pasticcera. Ero troppo piccola per capire la fortuna che mi era toccata. Però, a partire dal momento in cui le mie papille gustative hanno imparato a capirci qualcosa, ho cambiato atteggiamento. Non concordavo con l’assoluta mancanza di nutella in casa, né tantomeno con la crema pasticcera, ma avevo imparato ad apprezzare la seconda a causa della mancanza della prima.
La crema pasticcera si mangiava quasi sempre a cena, prima di andare a dormire, ma la pulizia della pentola andava fatta sul momento. Che libidine. La crema rimasta attaccata al recipiente, ancora tiepida, che non aspettava altro che un ditone l’acchiappasse per farla immediatamente scomparire dalla vista. Il profumo inebriante di scorza di limone, il sapore di rosso d’uovo, la consapevolezza del fatto che si trattava solo di un magnifico preludio, perché di lì a poche ore sarebbe arrivata the real thing, la porzione di crema *come* *dio* *comanda*. A una sola cosa dovevo stare davvero attenta: mi toccava fare di tutto per arrivare per prima ai fornelli. Altrimenti il meglio se lo beccavano i miei fratelli maggiori, che erano in due e si dividevano la pentola, e io mi dovevo accontentare del cucchiaio di legno. Molto più semplice da soggiogare ma molto, molto più piccolo.
Una curiosità:
“Mangiare, bere, uomo, donna. C’è altro?” è una delle battute che il protagonista Chu scambia con un amico. Ho scoperto che il titolo del film, che mi pare decisamente democratico perché permette di cambiare l’ordine delle parole a piacere, deriva da un antico proverbio cinese sulle necessità della vita.
martedì, dicembre 23, 2003
Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany's)
di Blake Edwards, USA 1961
Il vicino del vicino di casa è sempre più interessante
New York, fine degli anni '50. Paul è uno scrittore disilluso con scarsissima ispirazione artistica che si fa mantenere da una signora sposata, ricca e annoiata. Holly è una ragazza dal passato misterioso che vive da sola, all'ombra dei suoi tantissimi spasimanti, una vita di bei sogni destinati a naufragare. Il dramma della povertà, vissuto in maniera acuta da bambina, la spinge a tentare di conseguire una facile ricchezza con un matrimonio di comodo. Che è l'unica cosa di cui Holly è sempre alla ricerca, dall'inizio del film fin quasi alla sua conclusione. Il suo grandissimo fascino e la sua disinvoltura attirano gli uomini con grande facilità ma anche con superficialità perché, in fondo, questi uomini non la apprezzano veramente.
I due personaggi, tormentati dalla difficoltà di realizzare i propri sogni e dalle esperienze negative del proprio passato, si conoscono come vicini di casa e si innamorano, arrivando a vivere una storia d'amore soltanto nel finale.
Non potevo dimenticarmi di Colazione da Tiffany, soprattutto in vista del Natale. Eh, no. Alla fin fine si tratta solo di una leggera commedia sentimentale, ma il film è uno di quei classici che proprio *non posso* lasciare da parte. Una manna per donne con attacchi di malumore e/o depressione. Come l'Aulin stamattina che non mi sentivo tanto bene. Un toccasana. Come quando la protagonista Holly ha le paturnie e va da Tiffany, la gioielleria più famosa di New York, sulla Fifth Avenue, per tirarsi su di morale. Perché da Tiffany sono tutti gentili. Un caposaldo della storia del cinema, checché se ne dica.
Ho sempre voluto assomigliare a Audrey Hepburn. E, negli ultimi anni, ma prima che diventasse cleptomane, a Winona Ryder. Non che si assomiglino. Però entrambe trasudano quest'aria da piccola e indifesa, spaurita dal mondo ma non per questo stupida, che fa i suoi proseliti. Tra uomini e lesbiche, devo dire. Lo sapevate, no, che Winona Ryder è probabilmente la seconda icona lesbica moderna dopo Uma Thurman? Me lo dicono due mie amiche spagnole...
Che bella favola. Solo in una favola i mafiosi possono essere così simpatici, chiamarsi Sally Tomato e chiedere a una squinternata come Holly di riferirgli le previsioni del tempo una volta alla settimana, direttamente al carcere di Sing Sing.
Solo in una favola puoi beccarti un vicino di casa come George Peppard all'apice del suo fascino. Scagli la prima pietra chi ha un/una vicino/a di casa sullo stesso genere. Io in un anno e mezzo mi sono beccata una coppia giovanissima, sposata e rumorosissima e adesso una simpatica (no, sul serio, giuro) coppia gay. Non dico George Peppard. Basterebbe molto ma molto meno!
Una curiosità:
Pare che il nome della protagonista, Holly Golightly, sia legato a "Holiday go lightly". Probabilmente è una stupidaggine, anche perché non sono assolutamente riuscita a farmi venire in mente un'interpretazione sensata della frase inglese, ma è carino lo stesso.
venerdì, dicembre 19, 2003
In the mood for love (Fa yeung nin wa)
di Wong Kar-wai, Hong Kong 2000
Dell'umore giusto. Un po' troppo giusto.
1962. Chaw è un giornalista di Shangai che si trasferisce con sua moglie in un palazzo di Hong Kong dove conosce Li-Zhen, una donna sposata che fa la segretaria. La moglie di Chaw e il marito di Li-Zhen trascorrono gran parte del proprio tempo all'estero, in viaggio di lavoro. Ben presto, i due si rendono conto di condividere lo stesso dramma: i loro rispettivi coniugi sono amanti. Durante le loro frequentazioni, i due traditi scoprono di essere innamorati. Di un amore mai dichiarato e mai consumato.
In the mood for love è uno dei rarissimi melodrammi d'amore tout court nel quale, però, sembra che di spazio per l'amore non ce ne sia neanche un po'. Pur essendo tangibile nella tensione di fondo che pervade l'atmosfera, la storia e le inquadrature, l'amore tra i due personaggi è così personale, intimo e impalpabile che sembra essere determinato proprio dalla sua stessa assenza.
Chaw e Li-Zhen non raccontano una storia d'amore, ma piuttosto le potenzialità di un amore non manifestato. Quello che una storia d'amore potrebbe essere. Cominciano a incontrarsi sull'angusto pianerottolo del palazzo, a incrociarsi per le strade buie e strette della città, sotto una pioggia scrosciante, come se si cercassero continuamente senza però trovarsi, toccarsi, o sviluppare un'intimità manifesta. Non c'è sesso, non c'è passione, perlomeno consumata.
Uno dei primi ricordi prima del sonno risaliva a quando ero più piccola, quasi adolescente, e osservavo esterrefatta il grande mistero degli sguardi complici delle coppie affiatate e/o di lunga data (non che abbia smesso di farlo). Sanno benissimo ciò che si stanno comunicando ma non hanno bisogno di parole: si capiscono troppo bene per servirsi di una cosa così inutile come la parola. Che invidia che provavo. Sconfinava quasi nell'ammirazione. Chissà, mi sono chiesta più volte da bambina, se lo farò pure io quando cresco. La comunicazione non verbale di coppia mi intrippava non poco.
Ho chiesto a un po' di gente e pare che la trovata dei segreti sussurrati agli alberi non faccia parte dell'immaginario asiatico. Sarà vero che è una trovata che piace soprattutto alle donne? A un certo punto, qualcuno dice che i segreti che contano possono essere raccontati solamente alla fessura di un albero, che li custodirà in eterno. Durante una delle scene finali del film, il protagonista maschile affida il segreto del suo amore per Li-Zhen (non provate neanche a smentirmi! Non fa niente se la voce non si sente...) allo spiraglio che si affaccia nelle mura di un tempio buddista. E da questo nasce l’erba. Poesia pura. Quanto meno per me, che osservavo quel che potevo del protagonista, ripreso in primo piano ma di spalle, e cercavo di farmi una domanda e darmi una risposta a un quesito come tanti altri. Mi sento In the mood for...?
In quel momento non valutavo neanche lontanamente la possibilità di trovare una risposta al quesito amoroso. No, per carità. Avevo più in mente una predisposizione positiva molto ma molto generale. Sono dell'umore giusto per le incombenti feste natalizie, la famiglia, il pieno inverno, la mancanza di luce, una casa tutta per me, una casa in affitto, un viaggio in un altro paese lontano, un trasferimento, una seconda proiezione cinematografica notturna, una vita diversa? Troppe domande, e soprattutto troppo freddo per cercare di rispondere. Chissà perché continuo a infliggermi la solita tortura giornaliera e a non accendere il riscaldamento. Così, su due piedi, mi veniva di rispondere si a tutto (non sono una grande appassionata dei mesi estivi, giuro). Allora ho pensato che era meglio correre ai ripari e andare a letto.
Ah, dimenticavo: la sequenza al rallentatore sulle note di Quizás cantata da Nat King Cole vale tutto il film.
martedì, dicembre 16, 2003
Close-up / Primo Piano (Nama-Ye Nazdik)
di Abbas Kiarostami, Iran 1990
Mentendo a Tom?
Il giovane disoccupato Hossein Sabzian si spaccia per un celebre regista iraniano, Mohsen Makhmalbaf. Con il pretesto di lavorare per un progetto cinematografico e di cercare location per il film, entra nella casa e nella vita di una ricca famiglia di Teheran, ma il suo comportamento desta il sospetto del capofamiglia, che decide di investigare, scopre la sua vera identità e lo trascina davanti ai giudici. La parte finale del film è incentrata sul processo, durante il quale Sabzian si pente e ottiene l'assoluzione. Il film è una storia vera.
La cosa più bella e inquietante di Close-up è che un sacco di gente interpreta sé stessa: il protagonista Sabzian e il regista Makhmalbaf su tutti. Un documentario che però documentario vero e proprio non è. Una realtà finta ma non falsa. La messa in scena di una pantomima della realtà. Qualcosa del genere. Con il risultato che ti chiedi più volte se stai guardando un film o se quello che vedi è un episodio di vita reale.
A proiezione terminata, stavo raggomitolata sul divano blu di casa mia, circa tre mesi fa, e nell'arco di pochi istanti ho fatto una serie di grandi pensate. Che il cinema è una delle poche cose che mi fa sognare. Che a tutti almeno una volta sarà capitato di desiderare o anche soltanto sognare di vivere una scena leggendaria in celluloide. Che tante cose banali e monotone della vita di tutti i giorni, certe volte le si colora per ficcarle in uno degli ultimi film visti e dargli un che di magico. Che tante cose umilianti o imbarazzanti bisogna colorarle ancora di più e ficcarle in un capolavoro del cinema per dargli almeno un po' di dignità.
Hossein che mente sulla sua identità per farsi bello agli occhi degli altri mi ha ricordato una reazione avuta tempo fa. Tom mi chiede del viaggio in India e io gli taccio un'informazione chiave, ovvero che ci vado con mia madre. In effetti non è che abbia mentito: ho trattenuto un'informazione, l'ho lasciata da parte. È permesso? Si può fare? Lo confesso, era tutto premeditato. Speravo di fare un figurone da alternativa e di lasciarlo consumare nel dubbio – con chi andrà in vacanza questa qua? Invece sono stata punita senza pietà.
Matematico. Ha chiesto ad amici comuni e gli hanno detto che andavo con mamma, e ha pensato bene di infliggermi un'umiliazione, seppure mini. La volta successiva che l'ho visto mi ha dato una piccola stoccata, tanto per ribadire le posizioni: "Però non me l'avevi detto che andavi con tua madre, eh?". La scena di me che mi scuso per l'infelice avvenimento ho provato disperatamente a ricollegarla a qualche film, anche di stramacchio. Magari una commedia, che so io, perché pensandoci a posteriori devo riconoscere che è stata alquanto umiliante, ma purtroppo non sono un'appassionata di Woody Allen, quindi se ne parla la prossima volta.
Proprio oggi, che aspetto con ansia notizie sulla salute di una persona a cui tengo molto, mi affido a un palliativo, mi dicono, molto efficace: un post. E tengo le dita incrociate.
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