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   Cinema: istruzioni per l'uso.
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mercoledì, aprile 02, 2008
 
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Once


di John Carney, Irlanda 2006


 


Una colf a colazione


 


Lui si mantiene riparando aspirapolvere nel negozio del padre. Adora la musica e con la musica cerca di riprendersi dalla disperazione per l’abbandono della donna che l’ha appena lasciato per trasferirsi a Londra. Lei è un’immigrata della Repubblica Ceca che ha scelto Dublino per cominciare una nuova vita. Con figlia e madre a carico, che mantiene facendo vari mestieri, tra cui la venditrice ambulante di fiori e la donna delle pulizie. Entrambi hanno sogni nel cassetto: lei, pianista classica provetta, di avere un pianoforte tutto suo e di tornare con suo marito, che è rimasto nella Repubblica Ceca; lui quello di incidere un disco con le canzoni che ha composto per il suo amore.




I due si incontrano per le strade del centro di Dublino. Lui sta cantando, chitarra e voce, per raccogliere qualche spicciolo. Lei lo ascolta ammirata. Comincia così un rapporto che pian piano andrà oltre l’amicizia e al di là dell’amore; un rapporto musicale che aiuterà entrambi a crescere. Lei lo convince a chiedere un prestito per registrare qualche canzone in uno studio professionale per poi presentarle a uno studio di registrazione londinese. Insieme, i due ragazzi incideranno una serie di canzoni in cui racconteranno le loro vite, i loro amori passati e il loro nuovo e appassionato rapporto. Lui le dà la possibilità di suonare e cantare insieme le canzoni da registrare e le regala quel pianoforte che tanto desiderava.




Prima di fare cinema, il regista era il bassista dei The Frames, gruppo irlandese. Ottenuti dei contributi statali per un film, Carney decide di investirli in una pellicola che avesse al centro la musica del suo amico Glen Hansard, storico cantante della sua band, che ha ultimamente esordito anche come solista. Non si riusciva però a trovare un attore in grado di avere la stessa estensione del rosso Hansard. Così il ruolo del protagonista lo interpreta il cantante stesso. Nelle sue stesse parole, il regista sostanzialmente crea un "album visivo” con le canzoni di Hansard.



Ci facciamo la colf. Dopo due anni di discussioni, ripensamenti, disaccordi, habemus colf. Ho preso il coraggio a due mani e ho avvicinato la signora ebrea che vive di fronte. Una di quelle con una caterva di figli (vedi il post Kadosh). Molto gentile. Mi dice che beh, certo, con un bambino ti serve una mano in casa. Io rispondo che tra l'altro devo tornare al lavoro tra un paio di mesi. Forse potevo tenermela per me, la confidenza. Comunque anche lei è d’accordo con me, cosa che mi fa sentire meno in colpa. Chissà perché mi sento in colpa, poi.



Dicevo. Mi risponde io ho una tipa per le mani, brasiliana, prende cinque sterline e mezzo all’ora. Mi invia il suo numero con un messaggino (molti figli sì, ma pure al passo con i tempi, le signore ebree ortodosse). Ho provato a chiamarla, non risponde. Riprovo domani. Ho un piccolo dilemma. Mi pare davvero pochissimo, cinque sterline e mezzo all’ora. Io gliene darei anche sette, se la tipa è brava. Che poi noi ne abbiamo bisogno solo due o tre ore alla settimana, per sbrigare quelle faccende che né io né tantomeno il vichingo faremmo mai. La polvere sul mobile dei libri e dei CD, la polvere sui battiscopa, i ripiani dei mobili della cucina.



Ma non posso fare concorrenza alla vicina di casa, che mi ha dato pure il contatto. E che faccio, gioco al rialzo? Manteniamo il buon vicinato. Troverò un’altra soluzione al problema.



Qui nel Regno Unito e, in generale, nei Paesi anglosassoni, avere un aiuto in casa è una roba da borghesi con la B maiuscola. Differenze culturali che si sprecano. Un pizzico di testardaggine. Ma poi col tempo il vichingo ha capitolato. Dopo aver passato aspirapolvere in abbondanza. Dopo aver caricato lavatrici di tutine e pannolini. Non so. Io la vedo così: la signora colf ha bisogno di lavorare e guadagnare. Noi abbiamo bisogno di una mano. Io ho bisogno di una mano se voglio continuare a fare il lavoro che facevo prima. E se non voglio trascorrere gli unici due giorni della settimana che ho liberi con pupo e vichingo. Sempre che non abbia lavoro extra da fare al uichend, cosa che capita spesso. Mah, forse anche in Italia avere la colf è una cosa da borghesi? Vivo qui da otto anni. Ho perso la percezione di tutto ciò che è Italiano.



Che poi, tra l’altro, mi chiedo: noi cosa siamo se non borghesi? Che problema c’è? E soprattutto: come si definisce esattamente un borghese?




 

questo l'ha scritto wilson | 14:07 | commenti


domenica, marzo 30, 2008
 

DSC01756Baby Boom


di Charles Shyer, USA 1987


 


Donna in carriera


 


La protagonista è una donna efficientissima, intelligente e completamente asservita al proprio lavoro. Con gli uomini non se la cava troppo bene. Ha una relazione ma dedica pochissimi minuti al proprio partner. J. C. Wiatt ha fatto le sue scelte: lavoro, carriera, successo, denaro. Lavora settanta ore alla settimana a Manhattan e sembra essere contenta della vita che conduce.


 


Finché non riceve una telefonata inaspettata. Come unica parente di un lontano cugino morto in un incidente, le viene affidata una bambina di quattordici mesi, Elizabeth, mollatale da una sbrigativa assistente sociale. Dopo i primi giorni di totale sgomento, J. C. comincia una vita dura e affannosa cercando di conciliare pannolini, biberon e gli assillanti problemi quotidiani in ufficio. La donna tenta di dare la bimba in affidamento a una coppia di provinciali, ma i due candidati non le ispirano alcuna fiducia. Tra le altre cose, un suo giovane collaboratore è entrato nelle grazie dei capi ed è riuscito a scavalcarla nella carriera. I dirigenti della società propongono a J. C. di passare a un settore più tranquillo e meno stimolante per conciliare i suoi nuovi orari con il lavoro, ma lei decide di lasciare amico e lavoro, comprare una villetta con giardino e frutteto nel Vermont e tenersi la bambina, di cui pare non poter più fare a meno.


 


Il radicale cambiamento di vita le costa piuttosto duro, abituata com’è a condurre una vita frenetica, piena di contatti e iniziative. In piena crisi per una caduta viene aiutata da Jeff Cooper, un simpatico veterinario del quale diviene amica. Intanto il frutteto comincia a rendere bene e, dopo aver fatto marmellate per la piccola e per qualche signora dei dintorni, J. C. decide di mettere su Country Baby, una solida impresa di alimenti genuini destinati all'infanzia che presto vengono venduti nel Vermont e in altri stati americani. Grazie a questo successo, J. C. riceve un’offerta della sua ex-ditta: vogliono rilevare la piccola azienda dandole condizioni eccezionali ed enormi percentuali sui futuri guadagni. Ma lei dice di no, lasciando tutti allibiti: ora che ha la sua azienda, la sua casa e quella deliziosa bambina, è lieta di tornarsene nel Vermont e di cominciare una nuova vita con il suo veterinario preferito.


 


Tra meno di due mesi torno al lavoro. Dopo un anno di maternità, si riprendono i vecchi ritmi, ma con le dovute riserve del caso. In effetti non ho mai smesso di lavorare, perché a un mese dal parto ho ripreso a fare qualche cosuccia da casa. Al lavoro devo dire che sono stati molto gentili. Concedendomi, almeno finora, tutto ci ò che ho chiesto. Innanzi tutto torno al lavoro con mansioni diverse e meno stressanti. Basta fare la manager, che non se ne può più di dire alla gente quel che deve fare. Non mi piace. Torno da traduttrice in-house, solo tre giorni alla settimana di cui uno da casa. Le traduzioni che mi toccherà fare sono abbastanza noiose, ma almeno mi faccio un po' d'esperienza in un settore diverso. Anche l’orario di lavoro è più flessibile, e per riuscire a riprendere Pupo al nido inizio prima e finisco prima. Dovrò svegliarmi all'alba, ma vuoi mettere non doversi lanciare sui mezzi pubblici durante l'ora di punta? Sono contenta delle nuove condizioni di lavoro.


 


Mi sono presa scrivania e sedia bella da ufficio per il lavoro da casa. E questa mattina mi sento quindi molto importante. E poi mi cerco una colf due ore alla settimana.


 


In effetti mi hanno detto che si aspettano da me che sbrighi più o meno il lavoro che la traduttrice che c’era prima faceva in cinque giorni. Io ne lavorerò solo tre, come dicevo. Però alcune colleghe meglio informate mi dicono che è fattibile, perché il carico di lavoro per il traduttore italiano non è enorme. Sono contenta di tornare. Fare la mamma è una gran bella cosa, ma a volte può essere monotono e occorre una dose di pazienza abominevole rispetto a un lavoro d’ufficio. E poi Pupo è pronto per la vita di società: lo vedo io che quando siamo in casa da soli è una mezza piattola, mentre quando usciamo o ci incontriamo con altri pupi è più rilassato. Sarà che mi piace pensarla così. Dice che a dieci mesi la socializzazione non è ancora una parte molto importante della loro vita. Comunque, insomma, Pupo va al nido. Mamma torna al lavoro. La vita ritorna più o meno ai ritmi di prima? Meno, più che più.


 


E vai di anticoncezionali.



questo l'ha scritto wilson | 10:07 | commenti


giovedì, novembre 22, 2007
 
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Kadosh


di Amos Gitai, Francia, Israele e Italia 1999


 


Che Dio ce ne scampi


 


Nel quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme, abitato prevalentemente da ebrei ortodossi, vivono Meir e Rivka. Sono sposati da dieci anni ma non hanno figli. Trovato il necessario coraggio, la donna consulta una ginecologa che la rassicura dicendole che lei è del tutto sana, per cui è il marito che dovrebbe sottoporsi ad analisi. Le sacre Scritture, però, vietano l'uso improprio di sperma, e il rabbino nonché padre di Meir decide di rompere gli indugi e impone al figlio di ripudiare la donna e prendere una seconda moglie. Rivka allora va via di casa e prende una camera in affitto, dove trascorre le giornate triste e muta. Nel frattempo la madre di Rivka chiede al rabbino indulgenza perché proprio non se la sente di accettare l'incarico di preparare un'altra donna, attraverso il rituale purificatorio delle immersioni, per Meir, marito della figlia Rivka che è appena stata ripudiata.


 


A consolare Rivka arriva sua sorella Malka che, avendo dovuto controvoglia sposare il violento Yossef, frequenta di nascosto il coetaneo Yoakov, di cui è innamorata. Tornata a casa, Malka viene picchiata dal marito e scappa da Rivka, dove decide di cambiare aria. Rivka durante la notte torna dal marito e la mattina dopo l'uomo la vede sdraiata accanto a lui priva di vita. Malka invece all'alba lascia il quartiere e la città.


 


“Signore ti ringrazio di non avermi fatto nascere donna.” Lo dice tutti i giorni Meir, come ogni buon ebreo praticante, durante il complicato, metodico rito della vestizione. Meir si avvolge la fronte e i polsi con le sottili cinghie dei tefilim (filatterio), piccole pergamene contenenti testi dell’Esodo e del Deuteronomio, in ottemperanza al precetto divino: “Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6,8-9). Meir indossa poi i severi panni neri per andare a leggere la Torah e a pregare. Lo farà tutto il giorno, perchè quelle sono le sole occupazioni a cui un ebreo ortodosso può dedicarsi: canti, preghiere, letture dei testi sacri.


 


Si sa, Londra è un melting pot, e come molti altri anche il nostro quartiere è abbastanza misto. A circa quattrocento metri da casa nostra ci sono, una di fianco all'altra, una moschea e una sinagoga. La cosa mi rende molto orgogliosa. Oggi sono andata a dare un'occhiata a un asilo della zona e ho scoperto che dei sessanta e passa bimbi che lo frequentano il 75% ha almeno un genitore che non è cittadino britannico e per il 20% l'inglese non è la prima lingua. Ma non divaghiamo. Il reticolo di strade parallele e perpendicolari alla nostra è pieno zeppo di famiglie ebree. Ebrei ortodossi, intendo.


 


Gli uomini portano lo zucchetto o il cappello a ciambella, come lo chiamo io. Si tratta di un colbacco ricoperto di pelliccia. Si tratta di un cappello di pelo di qualche animale (mi rifiuto di pensare che siano peli umani). Ora, o questi cappelli costano un occhio della testa oppure i tizi gli sono molto affezionati, perché appena cade anche solo una gocciolina di pioggia tutti i signori se lo coprono minuziosamente con una borsa di plastica del supermercato. Sono buffi, molto buffi. Volevo fotografarli e caricare la foto online, ma mi pare di mancargli di rispetto, quindi evito, e poi non vorrei che si alterassero. Che ne so. Continuo a divagare.


 


I signori ebrei si incontrano in sinagoga, tutti i giorni. Non so quanti di loro abbiano un lavoro. Un lavoro d’ufficio, di quelli dove esci di casa la mattina e torni la sera. Molti signori ebrei sono in giro tutto il giorno, tra casa, sinagoga, supermercato e quant'altro. Al fine settimana, vestiti di festa, indossano delle calze di filanca bianche o nere con pantaloni alla zuava molto corti. Molti sono di caviglia sottile. Sotto i lunghi cappotti lucidi e neri portano una palandrana di cotone. Mi sono documentata. Si chiama tallit (mantello per la preghiera) e ha delle frange ai quattro lati che pendono arrivando quasi fino ai piedi.


 


Una cosa è certa. Gli ebrei fanno una barca di figli. Leggevo in rete che "Per adempiere fino in fondo al precetto biblico ‘siate fecondi e moltiplicatevi’, una coppia ebrea deve mettere al mondo almeno un bambino ed una bambina”. E anche che a quanto pare il seme maschile è sacro e non va sprecato. Ora capisco. Le due case di fronte alla nostra sono abitate da due famiglie ebree. La signora di destra avrà la mia età e ha sfornato quattro figli. Due maschi e due femmine. Quella di sinistra ci metto la mano sul fuoco che è più piccola di me. Per capirci, parliamo di una signora che molto probabilmente trent’anni non li ha ancora compiuti. Beh, la signora è costantemente incinta. Il pancione degli ultimi mesi è sparito da un paio di settimane, e un giorno all'improvviso da quella casa sono usciti la solita sfilza di bambini e un ovetto coperto da uno scialle rosa. Ha appena avuto il suo quinto figlio. La quarta femmina. Un maschio ce l’aveva già, non è che dovesse farne per forza un altro, di figlio. Fossi in loro mi dispererei, ma le signore sembrano felici. Buon per loro. Per carità, le due signore potrebbero stare peggio: hanno la donna delle pulizie che le aiuta tutti i giorni. Però. Però. Cinque figli. Non è umanamente possibile. Quando escono a fare la spesa o portano i bimbi a scuola questa caterva di piccoli ometti e signorine seguono la mamma, uno dopo l'altro separati l’uno dall’altra da qualche centimetro di altezza e due, massimo tre anni.


 


Le signore ebree, quelle sposate almeno, devono radersi la testa e indossano un cappello, un foulard o più spesso una parrucca per coprire i capelli cortissimi. I capelli di una donna sposata sono considerati molto erotici e lei può mostrarli solo al proprio marito. Le signore ebree quando hanno il ciclo sono impure, e non possono dormire nello stesso letto del marito. Le signore ebree quando si sposano devono fare la mikve, l’immersione per purificarsi. Perché sono impure. Fossi Meir pure io ringrazierei il Signore di non avermi fatto donna. Mi è andata male.


 


questo l'ha scritto wilson | 20:55 | commenti


mercoledì, novembre 21, 2007
 
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La finestra sul cortile (Rear Window)

di Alfred Hitchcock, USA 1954

 

In memoriam

 

Jeff è un fotoreporter d’azione costretto ancora per due settimane su di una sedia a rotelle da una gamba rotta rimediata con un incidente sul lavoro a causa di uno scatto fotografico un po' troppo ardito. Jeff riempie le giornate di questa noiosa degenza spiando gli appartamenti dei suoi vicini di casa con il teleobiettivo. Ad alleviare le sue pene ci sono la loquace infermiera Stella e la bellissima Lisa Freemont, la sua fidanzata, che vorrebbe sposarlo. Lui però resiste, convinto che le differenze tra lui e Lisa siano incolmabili e che la scelta giusta sia continuare la loro relazione così com’è.

 

Il suo passatempo sporadico diventa una vera e propria fissazione che quasi gli toglie il sonno quando Jeff nota che nell'appartamento dei coniugi Thorwald è accaduto qualcosa di sinistro e si insospettisce a causa delle stranezze nel comportamento di Lars Thorwald, un uomo silenzioso che sembra litigare sempre più spesso con la moglie malata. Da un giorno all’altro la moglie di Thorwald scompare e l’uomo sembra voler nascondere qualcosa.

 

Con l'aiuto della fidanzata riuscirà a far luce su un delitto e a rompersi l'altra gamba. Il film è tratto dall'omonimo racconto di Cornell Woolrich.

 

Nell’edificio di fianco a quello dove vivevo l’anno scorso, all’ultimo piano, c’è una piccola finestra ricavata in quella che pare una piccola nicchia del salotto di quello che so essere un piccolo appartamento, poco più di un monolocale. Non mi sembra una finestra alla quale poter stare affacciati, ma non ne sono certa, perché io in quell’appartamento non ci ho mai messo piede. Da quel che riesco a capire, tre delle quattro pareti che racchiudono questo appartamento sono esterne. Mmmmm… freddo e umido, mi dico. Lungo la parete più lunga, sul lato esterno, dipinto a grandi caratteri neri e cubitali si legge:

 

NO 1

STAMFORD HILL

 

Qualcuno un giorno deve aver deciso di mettere l’indirizzo del palazzo così, in bella vista, forse per colpa di un postino il cui intuito lasciava a desiderare. L’appartamento è in affitto e ci vive un mio ex, omonimo del vichingo. Per chi si ricordasse di lui, si tratta di panzone, citato credo più volte nei post di qualche anno fa. Durante le lunghe passeggiate di quartiere, passo davanti a quella finestra tutti i santi giorni.

 

Le luci sono spente durante il giorno: panzone è al lavoro e la casa è vuota. Nel tardo pomeriggio le trovo sempre accese. Dietro ai vetri della finestra scorgo quella che sembra una griglia di ferro, e mi rammarico perché mi piacerebbe, almeno una volta, alzare la testa e vedere panzone affacciato alla finestra a curiosare e ad ammirare il viavai dei passanti e il giro d’affari del fruttivendolo sull’altro lato della strada. Invece il giovane uomo non si affaccia. Annoiata dalla routine giornaliera, mi vedo su una sopraelevata, una trentina di metri più in alto di quella piccola finestra, con un telescopio in mano, sbirciando nella sua intimità, facendomi i cavoli suoi. Quanto mi piace farmi i cavoli degli altri.

 

Certi giorni lo vedo svaccato sul divano, immerso in un intricato film francese, che sorseggia un raffinato tè al gelsomino (improbabile – quando ci frequentavamo non era un grande amante del cinema). Ieri me lo sono immaginato sereno e felice che zampettava per la casa tutto nudo, ballando al ritmo degli Africa Unite, che molto probabilmente non sa neanche chi siano. Poi si fermava davanti allo specchio dell’ingresso per spremersi un paio di punti neri, che peraltro non ricordo avesse.

 

A volte mi viene voglia di incontrarlo; allora guardo la porta d'ingresso del palazzo e rallento un po', sperando che per un'incredibile coincidenza proprio in quel momento lui stia per uscire di casa per comprare un litro di latte (ci incontravamo spessissimo quando eravamo vicini di casa). Gli farei vedere questo bel pupo e sfoggerei la chioma fluente che non avevo quattro anni fa. Gli chiederei come sta, se è felice e cosa ne pensa di questo quartiere carino nel quale si è trasferito.

 

Quando sono particolarmente di buon umore lo scorgo piangere a dirotto, con il viso gonfio per le troppe lacrime. Sta pensando a cosa sarebbe stato di noi se non mi avesse mollata; se invece di aver paura ci si fosse buttato, nella nostra storia. I nostri amici in comune devono tenerlo aggiornato sugli ultimi risvolti della mia vita. E lui si dispera, poverino. Ad averlo saputo, che era una così cara ragazza, ci avrei pensato due volte prima di dirle che non se ne faceva nulla. Perché per essere una gnocca, lo era. Perché me la sono lasciata scappare?

 

 
questo l'ha scritto wilson | 13:25 | commenti


mercoledì, novembre 07, 2007
 

notting hillFigli di un Dio minore (Children of a Lesser God)


di Randa Haines, USA 1986


 


Silenzio, per favore


 


Il film racconta la storia d'amore tra James Leeds, insegnante di lingua in una scuola per studenti sordi, e Sarah, una ragazza sorda tenace, ribelle e anticonformista, sua allieva. Sulle prime, i metodi d’insegnamento del giovane James non piacciono molto al direttore, ma l’insegnante ha grande presa sugli alunni e i primi risultati si vedono presto. Sarah ha deciso di restare a lavorare nella scuola piuttosto che avventurarsi nel mondo esterno e lavora quindi come tuttofare all’interno dell’istituto.


 


Per Leeds, all'inizio, Sarah rappresenta una sfida educativa, ma presto il loro rapporto si trasforma in un intenso amore capace di abbattere la barriera del silenzio che li separa. La madre di Sarah vive lontana e non ama molto la figlia, poiché la sfortuna di quest'ultima ha determinato, quando era bambina, l'abbandono del marito. Il rapporto tra Sarah e James si fa intenso e lei va a vivere nella casa di lui; ma Sarah ha un carattere non facile e una personalità molto forte. Non vuole pietà e compassione, ma piuttosto vuole essere capita per quello che può valere. Però nell'intimo ha sempre paura di non essere all’altezza della situazione.


 


Il rapporto tra i due sarà ostacolato dalla resistenze della ragazza, che rifiuta di esprimersi a voce e di imparare a leggere dalle labbra. A un certo punto del film Sarah si rifugia da sua madre che l'accoglie e conforta, ma il richiamo di Leeds che ha bisogno di lei è troppo forte. Leeds alla fine del film comprende che, anche con l'amore più grande, gli occorrono umiltà e pazienza e che dovrà rispettare quella persona straordinaria, alla quale in fondo basta il silenzio per amare e per proteggere una fierezza innata.


 


Il fulcro del film è il problema del “sentire”, che non è più soltanto, un problema di udito, ma è qualcosa di molto più complesso, che attraversa corpo e anima nella sua interezza. Tutto il film è fatto di rumori, suoni, silenzi, di oggetti e spazi che sembrano dover esplodere acusticamente in ogni momento, con i due attori che entrarono in perfetta simbiosi.


 


Ultimamente il rumore mi infastidisce. Sarà perché durante gli ultimi 12 mesi la nostra strada ha visto un viavai interminabile di operai – quelli delle tubature dell’acqua, poi quelli dei pali della luce, infine quelli che potano gli alberi per prepararli per l'inverno. Sarà perché io ero una che non riusciva a studiare con la musica. Sarà che per godermi un bel libro spesso mi metto a letto, anche di giorno, chiudendo la porta della camera. Sarà che sto diventando rompipalle e insofferente. Saranno gli ormoni.


 


Fatto sta che il casino non lo sopporto più. Mi danno fastidio i clacson dei tassisti che almeno una volta al giorno passano a prendere la mamma ebrea di turno (non so perché ma la maggior parte di loro non guida, e può permettersi di pagare un taxi). Mi danno fastidio le urla, anche quelle dei ragazzini che giocano. Mi tormenta persino la pioggia forte che sbatte sui vetri delle finestre. Devo dire che mi irritano anche i rumori scanzonati, quelli simpatici, quelli che immagino piacciano alla maggior parte di noi. I paperotti che sguazzano nel laghetto di Clissold Park, carini ma tanto rompi. L'acqua della fontana, very picturesque, ma due palle. Un paio di cani simpatici e inoffensivi che scherzano l'uno con l'altro (i cani di taglia piccola tendono a vivere più a lungo, che li possano.


 


Mi rompono. State tutti zitti. Fate silenzio, per piacere. Muti, che non voglio sentir volare una mosca. Quando ero all’università ho fatto un corso di Lingua Italiana dei Segni per due anni. Mi affascinava. Cercavo di mettermi nei panni di uno che non ci sente. Cosa si prova? Mi pareva impossibile cercare di immaginare a cosa assomigliasse il rumore prodotto da un aereo, o da un treno, o da un bimbo che piange. Il rumore somiglia al rumore, punto. Se uno il rumore non l’ha mai sentito come fa a immaginarlo? Sarah nel film sosteneva di riuscire a regolarsi a seconda delle vibrazioni che le arrivavano dal naso. Fattibile?


 


Sogno un mondo senza rumore, per far volare questo inverno che è purtroppo appena cominciato, senza accorgermene. Sogno di svegliarmi tra due, cinque, dieci anni, con il cinguettare dei passerotti. In un mondo senza clacson, libero da gente che sbraita senza motivo, dalle sgallettate ballerine che si scatenano al suono di maracas o quant’altro alla televisione italiana. Un mondo dove ci sia spazio per me, tanti libri, un bimbo che piange in playback, un po’ di Bach di tanto in tanto e un forno a legna per fare la pizza. Solo questo. Il club di mamme mi attende, devo darmi una mossa (ma questa è un’altra storia).



questo l'ha scritto wilson | 14:15 | commenti


mercoledì, ottobre 31, 2007
 

DSC02182A piedi nudi nel parco (Barefoot in the Park)


di Gene Saks, USA 1967


 


Clissold mon amour


 


Paul e Corie Bratter, sposini novelli di ritorno dalla luna di miele, prendono possesso della loro abitazione che Paul non ama particolarmente. Corie, invece, adora l’appartamentino che hanno scelto, anche se si trova all’ultimo piano di un alto palazzo privo di ascensore. Un intraprendente vicino di casa, Victor Velasco, fa subito amicizia con Corie che decide di organizzare un incontro tra lui e sua madre, che continua a lamentarsi della propria solitudine.


 


Durante una cena con le due coppie, Corie litiga con Paul a causa del suo comportamento sempre troppo serio. Dopo una serie di litigi, Corie decide di voler divorziare da Paul, ma sua madre la convince della stupidità di questa idea. Corie allora esce per cercare suo marito e lo trova che cammina, ubriaco, a piedi nudi nel parco. La riconciliazione avviene lì, subito.


 


Lo stesso luogo può sembrare incredibilmente diverso a seconda del tempo che fa. Cosa ovvia un po’ per tutti eccetto che per la mia psiche, dominata da un umore piuttosto altalenante. Ultimamente mi lascio sorprendere dai fatti più stupidi e dalle cose più banali.


 


I parchi del circondario sono ormai il mio luogo di fuga preferito. Problemi di sonno del giovanotto? Clissold Park. La mamma si sente un po’ fiacca e ha bisogno di fare un po’ di moto? Le dunette di Clissold Park faranno miracoli. Sono scazzata e mi va di pensare? Hackney Downs è quel che fa per me. Hackney Downs è il parco proletario. Si trova in una zona più triste, è circondato di palazzine popolari, è sempre pieno di gente in età da lavoro, anche durante le ore lavorative. Accoglie i disoccupati, deduco io (magari mi sbaglio). Springfield Park è allegro, sempre pieno di gente, soprattutto di gruppi di ebrei ortodossi che discutono di Torah, deduco io (magari mi sbaglio). Parlano Yiddish (altra deduzione), non capisco un tubo. Le ebree ortodosse stanno a casa a spupazzarsi un esercito di figli. Ma questa è un’altra storia.


 


Clissold Park è sicuramente il mio parco preferito. Non è quello più vicino da raggiungere a piedi ma è il più “finto hippy” dei tre, quindi perfetto per me, “finta hippy wannabe”. C’è un parco giochi per i bambini. Mi fa ridere. All’ingresso del parco giochi c’è un cartello che dice che gli adulti possono entrare solo se accompagnati da un bambino. Ci sono due laghetti artificiali pieni di insetti, e foglie, e paperotti. Daini, conigli dalle dimensioni più disparate, tantissimi volatili, perfino qualche gallina, sono raggruppati in una zona del parco. Così i bimbi possono fargli “ciao” con la manina. C’è un bel bar con tavoli all’aperto e un paio di sale all’interno. Che tra l’altro costa meno dei caffè più fascinosi lungo Church Street, perché è comunale e ha i prezzi imposti. Ci sono i campi da tennis, così posso fermarmi e guardare i tennisti principianti e non. E ripensare ai bei tempi in cui anche io giocavo a tennis indossando la mia tuta Wilson. Ma anche questa è un’altra storia. C’è un castello, ma non ci si può entrare. C’è una zona recintata dove i cani possono stare senza guinzaglio. C’è una fontana con acqua potabile e anche una vasca dove i più piccoli d’estate possono bagnarsi piedini e manine sperando di non beccarsi una polmonite.


 


A Clissold Park la settimana scorsa ci sono stata due giorni di fila. Il primo giorno, forse giovedì o venerdì scorso, c’era la bufera. Aspettavo il vichingo. Ve lo ricordate dai post degli anni passati? Aspettavo che finisse di lavorare e che mi raggiungesse per dare un’occhiata al marsupio portapupo. C’era la bufera. Il pupo ignaro guardava il mondo che lo circonda attraverso lo spesso strato di plastica che copriva il passeggino. Io macinavo metri su metri, con un cappello e una giacca non impermeabili e senza ombrello. O meglio, l’ombrello ce l’avevo ma non lo aprivo. Non ho ancora appreso l’arte di spingere un passeggino di sedici chili con una mano sola impugnando un ombrello con l’altra. E con una borsa di dieci chili sulle spalle.


 


“Se vado al parco si addormenta”, mi ripeto per convincermi. Dream on. Un’ora a piedi nel parco, mi faccio. Su e giù. Avanti e indietro. Me lo percorro e ripercorro in lungo e in largo. Fortunatamente non a piedi nudi. Le scarpe, quelle perlomeno ce l’avevo. Sotto la pioggia battente e il vento. Io zuppa, lui felice e beato. Sveglio come non mai. Mentre mi guardo intorno rendendomi conto che il parco è praticamente deserto mi vengono in mente scene da paura. Tipo l’aggressore con il coltello che sbuca dai cespugli del laghetto per farmi secca e rapire il pupo. E il maniaco sessuale che quando lo guardi apre il trench e ti accorgi che sotto è nudo. Che fai, guardi e fai finta di apprezzare per tenerlo tranquillo mentre affretti il passo?


 


Il vento ha fatto cadere un sacco di foglie dagli alberi. Sono gialle e le ruote del passeggino quando le calpestano fanno rumore. Va bene che era ora che cadessero, che siamo a fine ottobre, però erano di un gran bello. Anche le papere stanno smadonnando, ne sono certa. Pregano che la pioggia cessi e che qualche genitore intraprendente porti i propri figli a dar loro da mangiare. Che ci tocca fare per campare, staranno pensando.


 


Il giorno dopo mi sveglio con il naso un po’ intasato. Mi sento un po’ stanca, ma c’è un sole così bello. Sì, fa freddo, ma un sole così uno non può farselo scappare. Torno a Clissold Park. L’aria è fresca e pulita, il cielo terso, di un blu intenso spettacolare. Il vento non c’è più. Che pacchia. Il clima è invernale, il mio umore decisamente estivo. Mica come ieri, che maledicevo Londra e l’Inghilterra e facevo l’italiana a cui manca il clima mite di casa sua. Oggi è tutta un’altra storia. Che Paese civile. I parchi sono una benedizione. Che schifo, Napoli è un inferno di cemento. Neanche un albero, neanche a cercarlo con il lanternino. Anche i bambini qui sono più educati. Mica come quelli italiani, che gli si fa fare tutto quello che vogliono. “Se porto il pupo a fare un giro intorno al laghetto si addormenta”, mi ripeto per convincermi. E così è. Dopo neanche cinque minuti il pupo dorme così profondamente che a tratti quasi mi pare di sentirlo russare.




questo l'ha scritto wilson | 22:17 | commenti


sabato, ottobre 27, 2007
 

IMG_0269La sottile linea rossa (The Thin Red Line)


di Terrence Malick, USA 1998


 


Tempi duri


 



Nel novembre 1942, la compagnia di fucilieri “Charlie” dell’esercito statunitense si appresta a sbarcare sull'isola di Guadalcanal, la maggiore delle isole Salomone del Sud Pacifico, con l'obiettivo di toglierne il controllo ai giapponesi. Al loro sbarco non viene opposta resistenza e i soldati si addentrano quindi nell'isola. I giapponesi si sono ritirati in cima alle colline, e da lì gli americani dovranno stanarli.


 


Durante il film si intrecciano tante piccole grandi storie. Quella del soldato Witt che prima si rifugia disertore tra gli indigeni e poi fa ritorno alla sua compagnia finendo per sacrificarsi per i suoi compagni. Lo scontro tra il l’ambizioso Colonnello Tall e il Capitano Staros, che rifiuta di mandare i suoi uomini in una missione suicida e per questo viene sollevato dall'incarico e sostituito dal Capitano Bosche. E poi c’è la storia personale del soldato Bell, che non sopporta la forzata lontananza dalla moglie dalla quale alla fine viene lasciato tramite una lettera che gli annuncia il divorzio. Dopo lunghi appostamenti, la collina è conquistata, molti soldati giapponesi muoiono o sono fatti prigionieri. La battaglia è finita.


 


Il titolo del film si ispira a una frase di Rudyard Kipling che dice: "Tra la lucidità e la follia c'è solo una sottile linea rossa".


 


Da quando sono piccola mi raccontano storie della guerra. Spesso sono le stesse cinque o sei storie, i cui particolari tendo a dimenticare. Quando mi pare di non ricordare più nulla di una storia, chiedo di nuovo a mamma di rispolverarmi la memoria. Perché a me le storie della guerra piacciono un sacco. Cerco di visualizzarle mentre me le raccontano, e mi stupisco a pensare come abbiano fatto le mie nonne, i miei nonni, mio padre, anche mia madre, a vivere quelle esperienze. Me ne dispiaccio ma allo stesso momento provo grande sollievo per non essermi trovata io in quelle situazioni. Del sollievo me ne vergogno un po’. Se provo anche solo a immaginarmi una vita negli anni di guerra mi viene una strizza allucinante.


 


Le storie della guerra sono secche, difficili, lasciano poco spazio all’immaginazione. Sono così lontane e diverse dalle mie storie, da quelle del vichingo, da quelle del pupo. Volevo metterle per iscritto da una vita. Lo faccio ora, proprio oggi, prima di cena. Chiedo venia. Alcuni particolari potrebbero essere poco fedeli a ciò che fu veramente, ma il grosso c’è tutto.


 


Nonna aveva avuto da poco il sesto figlio, morto dopo qualche mese di vita. Qualcuno le aveva detto di essersi riuscito a procurare un po’ di carne. Che per questo figlio un po’ malato sarebbe stata una benedizione. Nonna quindi esce di casa dopo il coprifuoco. Il paese è presidiato dai tedeschi. Nonna ne incontra uno per la strada che le punta il fucile addosso, e lei finge di essere pazza. Il tedesco la lascia andare. Non so perché ma l’ho sempre immaginata in camicia da notte, che correva per le strade marchigiane.


 


Papà era molto piccolo durante la guerra, ma era capace di riconoscere un aereo dal rumore. Conosceva bene gli aerei e sapeva quante bombe ciascun tipo avesse a disposizione. Così, quando nei bunker insieme a parenti e vicini di casa aspettava la fine di un bombardamento, al primo rumore tutti gli chiedevano informazioni. È un aereo nemico? Quante bombe ancora?


 


Nonna imparò a cucire in tempo di guerra, quando i soldi scarseggiavano e i vestiti pure. Anche dopo la guerra continuò a cucire dei gran bei vestiti a mamma. A me, quando ero piccola, regalò una macchina da cucire che ora è a casa di mamma. “Così impari anche tu”. Non so se fu per il mio disinteresse o per il fatto che fossi mancina, ma non ho mai imparato a cucire, e ora me ne pento. Nonna diceva che era difficile insegnare a un mancino a cucire o ricamare.


 


A Napoli papà aveva fatto amicizia con un soldato scozzese che tra l’altro gli regalò un termometro in Fahrenheit che io ancora uso e custodisco con amore. Non ricordo i particolari, ma solo l’emozione e la voce commossa di mio padre quando mi raccontò di come questo soldato morì fra le sue braccia. Un bimbo di dieci anni o giù di lì che abbraccia un soldato morto.


 


Mamma dice che circa una volta alla settimana mio nonno portava a casa una mela succulenta che divideva sapientemente in sette parti.



questo l'ha scritto wilson | 18:29 | commenti (2)